CIRO PINSUTI
Nel libro delle riunioni del Consiglio Comunale di Sinalunga del 1888, alla terza pubblica adunanza, indetta per le 11 di mattina del 21 marzo, è registrato tra i consiglieri assenti «Pinsuti Comm.r Ciro – con la postilla – defunto».
La seduta viene aperta dal Sindaco Ulisse Orlandini che dà lettura del telegramma inviato al Re Umberto i in occasione del suo 44º natalizio e della gentilissima risposta di ringraziamento di Sua Eccellenza il Ministro di Casa Reale.
Immediatamente dopo il Sindaco annuncia: «Signori, sabato 10 corrente mese moriva improvvisamente a Firenze nelle braccia del fratello Domenico e del nepote Vittorio, colto da apoplessia fulminante il Commendatore Maestro Ciro Pinsuti nostro Concittadino e collega in questa Pubblica Comunale Amministrazione»2.
Segue una sorta di cronaca degli avvenimenti accaduti, con alcune parti descritte come se dovessero ancora accadere. Il racconto parte da una missiva del giorno 9, che informava circa qualcosa di grave che doveva aver colpito il maestro sinalunghese a Firenze. Poi la notizia ufficiale del decesso, giunta telegraficamente alla stazione di Sinalunga alle 17,45 del giorno successivo. Il telegramma era stato inviato personalmente dal Sindaco di Firenze al suo collega di Sinalunga per avvisarlo della grave perdita. La risposta, vista l’ora tarda, sarebbe stata battuta la mattina seguente.
Fatto certo che la salma dell’illustre estinto avrebbe avuto come ultima memoria la natia Sinalunga, vengono date disposizioni per contattare il cav. Ercole Pollini (il quale doveva trovarsi a Firenze) affinché informasse il Comune circa le date del trasporto e delle onoranze funebri, in modo da avere il tempo per organizzare una rappresentanza ufficiale.
Impossibilitato ad intervenire personalmente alle esequie di Firenze, il Sindaco Orlandini delegò l’Assessore Brunetto Savelli a rappresentarlo. Tornato a Sinalunga il Savelli riferisce della solennità e dell’imponenza delle onoranze, delle dimostrazioni di affetto delle autorità e dei Fiorentini e, infine, della grande ed inaspettata partecipazione delle associazioni, dei gruppi e dei singoli cittadini sinalunghesi, tanto che propone una delibera di Consiglio per ringraziare tutti i partecipanti.
La salma di Ciro giunse alla stazione di Sinalunga nella sera del giorno 13, ad attenderla, oltre ad una nutrita rappresentanza delle istituzioni, anche una moltitudine di cittadini. Di questa fase il verbale non riporta altri dettagli «giacché come avvenne è a tutti noto – quindi superfluo qui il ridirne».
Una minuta, di mano del Sindaco Orlandini, documenta un avviso alla cittadinanza (non sappiamo se poi concretizzata in forma di manifesto o altro), contenente l’invito a partecipare ad accogliere le spoglie dell’illustre concittadino:
«Comune di Sinalunga
Avviso
Col treno delle ore sei di questa sera giunge la salma del Commendatore Maestro Ciro Pinsuti defunto in Firenze il giorno di sabato.
La Rappresentanza Municipale va alla Stazione della Ferrovia a riceverla e perché la cerimonia dell’ultimo tributo a conferirsi verso il Benemerito ed Illustre nostro Concittadino, gloria e vanto della Terra che gli dette i natali, e che oggi orgogliosa ne vuole le spoglie, riesca non indegna al merito né impari all’affezione che alla Famiglia dalla Patria in ogni suo atto Egli esprimesse.
Si fa invito alle Società costituite e alla Cittadinanza intera ad intervenire alla suddetta cerimonia.
La riunione avrà luogo nel Palazzo Comunale, a ore 5 pomeridiane, da dove muoverà il Corteo per la Stazione.
Dal Municipio di Sinalunga
lì 13 marzo 1888»
Il racconto continua. Fu deciso che in occasione del 30° dalla morte o dalla deposizione, fosse celebrata, a spese dell’Amministrazione, una commemorazione religiosa, con una Messa di requiem in musica diretta dal maestro Pietro Formichi. Fu anche deciso di apporre una lapide a perenne ricordo sulla facciata di casa Pinsuti e, infine, di intitolare al maestro una delle vie principali di Sinalunga.
Il verbale prosegue poi con il resoconto della lettura dell’atto formale di testamento di Ciro Pinsuti e del richiamo del Sindaco ai Consiglieri affinché si provvedesse a far rettificare le notizie già diffuse dalla stampa circa il benificiario che, secondo i pettegolezzi giornalistici, sarebbe stato il Comune, mentre, in effetti, era «la Società Filarmonica o Banda paesana»3.
In merito alla Messa in requiem, il maestro Formichi aveva fatto sapere che non se la sentiva di dirigerla e che sarebbe stato meglio istituire una commissione per decidere e coordinare tutto; in questo caso il Formichi sarebbe stato disposto – e con vero piacere – a farne parte.
Il Consiglio fu quindi chiamato a decidere in tal senso ed a proporre una lista di uomini adatti a ricoprire il delicato incarico. La votazione avvenne a scrutinio segreto. Furono eletti: il maestro Pietro Formichi, l’assessore Giulio Cenni, il cav. Ercole Pollini e il consigliere Luigi Agnolucci.
Giulio Cenni si disse dolente di non poter accettare l’incarico «stante le sue molte occupazioni, ma il Consiglio rivolse al Sig. Cenni vive preghiere di rimanere a far parte della Commissione, riconoscendo molto utile l’opera sua. Ed il Sig. Cenni, grato alle reiterate premure fattegli, dichiara di accettare, e di prestarsi compatibilmente alle sue occupazioni. Dopo di ciò l’adunanza è sciolta ed il verbale come appresso sottoscritto»4.
La successiva adunanza del Consiglio comunale fu indetta per il 28 marzo, alle 9,30 del mattino, ma fu rimandata per mancanza del numero legale. Tre giorni dopo, il 31 marzo alle 10 di mattina, si tenne regolarmente in seconda convocazione. L’ordine del giorno prevedeva delucidazioni sul testamento del maestro Pinsuti. Fu chiarito che una parte del lascito, quello di ottocento lire destinato all’ospedale, sarebbe stato trasformato nella concessione da parte dello stesso di un ottavo letto gratuito per il Comune. La parte più consistente, diecimila lire, era invece a favore della Società Filarmonica di Sinalunga ma «con l’ingiunzione che la somma medesima venga versata nella Cassa del Municipio di Sinalunga coll’obbligo di rinvestirla in quei titoli che avesse l’Autorità Municipale giudicati i più efficaci e di rimetterne il fruttato annuale al Magistrato e Direzione della stessa Società Banda Filarmonica, avvertendo sciogliendosi detta Società Filarmonica, o quando fosse di già sciolta all’epoca della morte di esso Testatore, il fruttato medesimo dovesse servire per il mantenimento di un giovanetto che si fosse dedicato allo studio della musica o della composizione musicale facendo in proposito diverse avvertenze delle quali era d’uopo che quest’Amministrazione ne tenesse conto a forma delle ultime volontà del beneficante raccomandate al Sig. Cav. Ercole Pollini nominato esecutore Testamentario.
Lo stesso Sig. Sindaco, offre di seguito lettura di un comunicato del prenominato Sig. Cav. Ercole Pollini del 28 marzo, cadenza in cui ripetendo la formula del legato Pinsuti, illustra il medesimo in conformità del testamento, e soggiunge in fine che il legato di cui sopra dovrà essere pagato e versato entro un anno dal giorno della morte del testatore.
Il Consiglio udita la lettura dei suddetti comunicati, mentre ne prende partecipazione si riserva di adottare in proposito al suo tempo l’opportuna deliberazione»5.
Tra le comunicazioni agli atti c’è anche un telegramma del Pollini il quale, da Firenze, informa il Sindaco di Sinalunga sui lasciti del Pinsuti, fornendo altri dati, alcuni dei quali diversi da quelli già noti:
«Partecipo e prego partecipare disposizione fatte nostro caro paesano Ciro Pinsuti in favore di istituzioni paesane: lire 8.000 Spedale, 1.000 Misericordia, 100 Operaia, 10.000 Comune per Banda o posto istruzione musicale. Se tanto bene e tanto amore fece in vita, non meno fece dopo morto...»6.
A parte il lascito alla Banda, del quale era interessato il Comune e di cui si conservano i documenti inviati dal notaio che li registrò a Firenze, per gli altri non è stato possibile effettuare alcun riscontro, in particolare per quanto riguarda la differenza del lascito all’ospedale. In ogni caso, a prescindere dai dettagli, il maestro si era ricordato del suo paese.
Ciro Pinsuti era nato nel 1828 a Sinalunga, ma fin da ragazzo la sua passione per la musica, non disgiunta da quella del padre, musicista di professione, lo portò in giro per l’Italia e poi in Inghilterra, dove avvenne la sua formazione musicale. Successivamente, con la fama, aumentò il suo girovagare, ma Ciro tornò a Sinalunga ogni volta che poté, come testimoniano la sua carica di Consigliere comunale e le partecipazioni alle iniziative musicali paesane (come vedremo più dettagliatamente nello sviluppo di questo quaderno).
Nelle pagine che seguono si propone la biografia di Ciro Pinsuti scritta da Enrico Formichi, suo amico e coetaneo, perché oltre ad essere attendibile, è anche la più completa che si conosca. Lo scritto si fa anche apprezzare per la freschezza della stesura e per il taglio, forse un po’ troppo avaro di dati, ma sicuramente molto attento all’aspetto umano di Ciro.
Nel 1828, quando nacque Ciro Pinsuti, suo padre, buon suonatore di clarino e bravo violinista (poi maestro di Cappella della Collegiata con l’obbligo di insegnamento)7, era maestro della banda paesana che, proprio in quell’anno, chiedeva un sussidio al Comune per rifare le uniformi nuove ai sui ventiquattro musicisti8.
Secondo l’Agnolucci la Banda di Sinalunga risalirebbe ai primi del xviii secolo «e forse a qualche anno prima»9, ma probabilmente si sbaglia, se è vero, come lui stesso dice, che nel 1757, in occasione delle feste per l’incoronazione dell’imperatore d’Austria Giuseppe ii, fratello del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, «si fecero venire da Foiano due suonatori di tromba» perché a Sinalunga non c’era nessuno che la sapesse suonare10.
Nel periodo della dominazione francese la banda è invece sicuramente presente perché «nel Budget del Comune figura la spesa di Franchi 176 per il corpo della Banda strumentale per accompagnare la Magistratura nelle pubbliche sortite»11.
È databile ai primi del 1800 la presenza a Sinalunga di un canonico Malfetti da Foiano, insegnante di solfeggio il quale dovrebbe essere stato anche il maestro della banda; seguito dall’organista Filippo Gagliardi, e dal violinista Simone Savelli «che fece la sua prima uscita fuori del paese a Grosseto»12. Sicuramente dopo il 1820/25, ma prima del 1830 il maestro della banda, come abbiamo visto, fu Giovan Battista Pinsuti, padre di Ciro.
In questi primi tempi – riferisce l’Agnolucci – i musicanti erano tutti benestanti del paese. Non avevano una vera e propria divisa: vestivano di nero, ognuno con il proprio abito della domenica e nelle sortite indossavano un «cappello a sufle [vedi fig. 1] come usava in quel tempo». Per le prove utilizzavano due locali: una grande sala nella casa del Capo banda Sebastiano Fontani, posta al limite sud di piazza Garibaldi, oggi non più esistente perché abbattuta per la costruzione di via Umberto i; ed un’altra sala in una non meglio identificata casa Posani in piazza Colonna (poi xx Settembre)13.
Nel 1828, come accennato, fu presa la decisone di dotarsi di vere uniformi. Per far fronte alla spesa occorrente che ammontava a 3.400 Lire, fu chiesto un contributo di 1.100 Lire al Comune, «il quale concesse solo Lire 1.000 pagabili ad annali rate»14.
Le divise furono preparate nel giro di due anni e così «nel 1830 la Banda indossò le prime uniformi rosse, giubba a coda di rondine, con mostre turchine, calzoni filettati di bianco sul fondo turchino e cappello a sufle con pennacchio bianco e turchino [...].
La prima uniforme rossa durò molto, e fattasi sudicia nel petto, vi furono messe delle pettine di panno turchino.
Nel 1855 furono rifatte nuove tutte le uniformi sempre rosse, ma senza pettine, con spallette turchine a frangia bianca»15.
Sono molte le notizie riportate dall’Agnolucci riguardo alla divisa della banda di Sinalunga. In particolare quella prima, vivacissima uniforme rossa, deve aver colpito la sua fantasia di ragazzo tanto che, molto tempo dopo, come vedremo, sarà causa di un malcelato dissapore con il maestro Ciro Pinsuti, che si ripercuoterà su tutta la sua produzione di cronista storico. L’Agnolucci non parlerà mai male di Ciro, ma non ne parlerà mai neppure molto.
Tra il 1840 ed il 1845 la Banda di Sinalunga, sotto la direzione del maestro Luigi Santini, allievo di Giovan Battista Pinsuti, era tra le più ricercate della zona: moltissimi gli inviti fuori del paese, diversi i successi tra i quali quelli di Monte S. Savino e Montalcino. Successivamente ne fu direttore Domenico Pinsuti, fratello di Ciro, con il quale la compagine sinalunghese si distinse ulteriormente: «Domenico Pinsuti esaltavasi facilmente, e così fu capace di certe iniziative diremo gloriose per Sinalunga», avrà modo di dire l’Agnolucci16. Nel 1873 però, pare a causa di discordie insorte proprio con il direttore Domenico, non disgiunte tuttavia anche da seri problemi economici, la banda si sciolse. Le uniformi e gli strumenti furono ritirati dal Capo banda Pietro Orlandini, che era anche il maggior creditore, il quale però, immediatamente dopo, rimise tutto a disposizione per una nuova auspicata ricostituzione. Ed in effetti la banda fu ricostituita quasi subito, ma non durò a lungo. Si risciolse e questa volta sembrava per sempre: ogni suonatore si trattenne la divisa che aveva in dotazione, perché nessuno credeva ad un suo riutilizzo, mentre tutti gli strumenti furono depositati, come racconta l’Agnolucci, «presso di me scrivente». Visto l’incarico ricevuto l’Agnolucci sembrerebbe l’unico in grado di mettere i paletti della ricostituzione, ma le date e la cronologia da lui proposte spesso contrastano con i documenti ufficiali e con i suoi stessi scritti. Le discordanze non sono abissali, nella sostanza i fatti sono quelli: li riproponiamo solo per rigorosità storica.
Secondo il nostro cronista, nel 1879, la banda «si riordinò» senza il maestro Domenico Pinsuti ed in forma di «fanfara che partì col berrettino blu filettato di rosso e poi con un cappello di feltro alzato dietro con penna e cuccarda turchina fermati da una lira di metallo bianco». Autori della ricostituzione furono Clemente Cozzi ed il maestro Pietro Bruschi; ma immediatamente dopo rientrò anche l’ormai storico maestro Domenico Pinsuti (il quale, da questo momento in poi, fu coadiuvato nella direzione da Pietro Bruschi perché probabilmente oberato da altri impegni). Questa prima data è in contrasto con una delibera del Consiglio comunale (del quale tra l’altro faceva parte lo stesso Agnolucci) del 19 giugno 1879, con la quale, in considerazione che «la banda locale attualmente non esiste», si decideva di devolvere il contributo di norma assegnatole di 294 lire (non 244 come scrive l’Agnolucci nelle sue memorie), al Comitato che si era costituito per mettere in scena il Trovatore e Ballo in Maschera al teatro “Ciro Pinsuti”17. Da una cronaca pubblicata su La Nazione il 15 settembre successivo, apprendiamo del successo del Trovatore e come questo fu dovuto «allo zelo, capacità e buon gusto del maestro Domenico Pinsuti, il quale non ha risparmiato per riuscire nell’intento, coadiuvato in ciò potentemente dalla squisita gentilezza di suo fratello, maestro cav. Ciro Pinsuti, che si è compiaciuto assumere la parte di concertatore, assistendo alle ultime prove e alle prime due rappresentazioni dello spartito. Il paese di Sinalunga deve la più viva gratitudine a questi suoi concittadini»18. Nella seconda metà dell’anno Domenico Pinsuti risulta quindi molto impegnato, così come – forse – lo era stato nei primi mesi, giacché «il 20 febbraio 1879 a spese del Comune e di uno speciale Comitato ebbero luogo molto solenni funerali per il re Vittorio Emanuele. Colla direzione del Maestro Ciro Pinsuti fu eseguita la musica funebre del maestro Mabellini. La parte vocale fu disimpegnata da cantanti fatti venire da Roma appartenenti alla cappella Papale e da voci bianche venute da un conservatorio di Lucca»19: è molto probabile che Domenico abbia dato una mano al fratello. In ogni caso non viene fatto nessun cenno a musicisti locali, bande, società od altro; mentre è attestata la presenza di «distintissimi professori» nell’orchestra del Ballo in maschera20.
Secondo le delibere del Consiglio comunale sembrerebbe che la Società Filarmonica si fosse ricostituita due anni dopo, giacché proprio nel settembre 1881 viene ripristinato il sussidio21, ma l’Agnolucci ci dice che l’anno prima viene eletto un nuovo presidente della Società Filarmonica, e resta difficile non credergli perché questa volta il presidente è lui stesso: è possibile che la Società avesse un presidente ma che, al tempo stesso, non esistesse? Comunque sia nel 1880 [?] l’Agnolucci figura alla guida della Banda «ma ne abbandonai la presidenza, perché volevo rifare le nuove uniformi rosse, perché tradizionali e molto decorative, ma dovei cedere per la prevalenza del Maestro Ciro Pinsuti che si ostinò a volerle di panno scuro nero blù a foggia di ufficiali di Marina, come infatti furono fatte e se riuscirono decenti e civili per un concerto di gala, nelle pubbliche mostre riuscirono smorte e poco decorative, tali che nella massa del popolo si confondono con il vestiario borghese»22.
Su queste uniformi, pagate dalle persone più facoltose di Sinalunga (lo stesso Pinsuti che le volle ne pagò quasi la metà) l’Agnolucci avrà modo di tornare, in via del tutto incidentale, nei primi anni del ’900, ribadendo che a lui quelle uniformi non piacquero allora e continuavano a non piacergli ora, «malgrado fossero passati 24 anni».
La prima uscita ufficiale con le nuove uniformi avvenne il 7 settembre 1882 in occasione dei festeggiamenti della Madonna del Rifugio. Dalla descrizione che ne fa in quest’occasione l’Agnolucci, sembrerebbe che le divise fossero due, o quanto meno due varianti per occasioni o periodi diversi: «fu adottata la giacca lunga a soprabito, con stoffa scura, bottoni dorati, cordoni e lira ricamata sul bavero; pantaloni della stessa stoffa del soprabito, con filetti dorati; gilet bianco e cravatta bianca; berrettini blu con filetti d’oro»23.
In ogni caso, a prescindere dai piccoli problemi di data, con la presenza in questi anni dei due fratelli Pinsuti, la Banda ebbe modo di distinguersi in molti concerti ed esibizioni: le più importanti menzioni d’onore ricevute dalla Società Filarmonica sinalunghese in tutta la sua storia, risalgono proprio a questo periodo.
Nel 1887 il Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione generale delle antichità e delle arti, programmò una Statistica delle accademie, istituti, scuole e società musicali e corali, cantorie, bande fanfare ecc. Per portarla a compimento richiese la collaborazione dei Comuni affinché raccogliessero i dati necessari dalle associazione musicali del proprio territorio. L’argomento non deve essere stato molto facile da spiegare perché nei mesi seguenti, attraverso le Prefetture, giunsero ai Comuni circolari sempre diverse ma con lo stesso oggetto e raccomandazioni. E questo fino al settembre 1888, quando il Ministero decise che forse era anche il caso di inviare una circolare a stampa chiarificatrice perché «la Statistica riesca esatta e completa».
L’iniziativa ci consente oggi di leggere la situazione musicale nel nostro territorio alla fine del 1800, raccontata spesso da chi ne faceva parte. Per questo riporteremo integralmente, laddove possibile, le relazioni dei presidenti delle Società filarmoniche, integrandole, quando i documenti lo consentiranno, con altre notizie della stessa epoca24.
Le istituzioni musicali che risultano ufficialmente attive nel 1888, o quanto meno quelle indicate al Ministero sono soltanto tre:
«Banda nel Capoluogo
Banda nella Frazione di Scrofiano
Banda nella Frazione di Bettolle»
Per quanto riguarda la Banda del Capoluogo non è stato possibile rintracciare l’incartamento relativo alla prima fase di indagine, ci limiteremo quindi a riportare il riassunto trasmesso dal Comune di Sinalunga al Ministero:
«La Banda di Sinalunga fu istituita nel 1820. Si resse sempre con oblazioni di Soci, e per ultimo si è ricostituita con nuovi statuti. I Soci pagano £ 6 annue e sono chiamati azionisti. I bandisti non pagano nessun contributo, e prestano senza la retribuzione la loro opera.
L’ammontare delle azioni si calcola di £ 500 o 600 annue. Il Comune contribuisce con un suo sostegno annuo di £ 200. La Banda presta i servizi per il Comune e per questo le viene corrisposto un compenso di £ 294 da lunghi anni».
Per quanto riguarda la banda di Scrofiano si propone invece la trascrizione completa della relazione del suo presidente Felice Bormioli.
«Scrofiano 18 Ottobre 1888.
In replica alla lettera indirizzata a questa Società Filarmonica rispondiamo, dietro i ricavi fatti dall’archivio della medesima, quanto appresso: La Società Filarmonica di Scrofiano venne fondata nell’anno 1863, da dodici Soci, cioè, Conti Augusto e Giulio De Gori, Conte di Carpegna, Senator G.B. Castellani, Cav.re Pier Antonio e Can.co Dionisio Cerretelli, Can.co Rigacci, Signori Domenico e Can.co Francesco Martelli, Signori Pietro e Alberto Bormioli, Signori Gaspero Arrighetti, i quali, coll’aiuto di altri Soci aggregati spendevano la somma annua di circa L. 2.200 per il mantenimento della medesima.
Il primo Presidente di questa Società fu il Can.co Dionisio Cerretelli, indi il Sig. Martelli, Conte Augusto Gori, ed ora da già parecchi anni il Sig. Felice Bormioli.
I maestri cui ebbe questa Società furono 1º Mº Giosuè Grandi - 2º Mº Antonio Gandolfi - 3º, ed attuale, il Mº Gaetano Trapani, ma questi, non potendo la Società mantenerlo fisso, viene chiamato sol quando vi è urgenza, e le finanze della Società lo permettono, però in di lui assenza funziona il Capo-Musica Sig. Elia Nannucci.
Lo scopo per il quale fu fondata questa Società, fu quello di istruire la gioventù nell’arte della Musica, non solo, ma di aver anche un Corpo di Banda Musicale, che dilettar dovesse, il Pubblico nei giorni ricordati. Il beneficio di questa istituzione lo risentono non pochi paesani, cui dovettero prestare il loro servizio nell’Esercito, e fra questi si può citare il Sig. Luigi Trapani, ora Capo-Musica del 10º Reggimento Cavalleria, se non si vuol dire del di lui fratello Mº Gaetano Trapani, ora Maestro dell’Istituto Musicale Guido Monaco, e della Banda di Arezzo, che anch’Esso ebbe i suoi primi insegnamenti alla Scuola di questo Paese.
Il Corpo Musicale attuale è composto di circa trenta individui, come lo è stato sempre dalla sua istituzione, e ciò perché annualmente la Scuola dei nuovi allievi, essendo questa frequentata durante l’anno, quasi sempre da 10 o 12 alunni.
Un’osservazione però è da farsi, cioè, che la Società Filarmonica di questo paese, sia per la morte, sia per sbilanci finanziari di alcuni Suoi Soci, non si trova oggi nelle floride condizioni di una volta, e tanto da non poter neppure tenere il Maestro fisso in paese, e ciò a grave danno dell’insegnamento Musicale alla gioventù. I mezzi coi quali si regge oggi questa Società, sono quei pochi, che può ricavare dai suoi Soci, e da L. 100 annue, che a titolo di gratificazione, li paga il Comune, e doloroso quindi è il dover veder decadere una bella istituzione, che dopo aver dato dei buoni risultati, era anche lustro e decoro per il paese».
Alle notizie del Bormioli aggiungiamo una nota dell’Agnolucci relativa al successo ottenuto dalla banda di Scrofiano nel 1898 a Siena in occasione di non meglio identificati festeggiamenti e, soprattutto, un elenco di uniformi usate nel tempo:
«quella della Guardia Nazionale, la seconda ad alpino militare, la terza simile ai Sotto Uffiziali di marina»25. La notizia delle uniformi ci consente di riportare una nota della Sotto Prefettura di Montepulciano, inviata al Comune di Sinalunga in data 9 gennaio 1888, con la quale, in riferimento al fascicolo inviato per la statistica del Ministero, si fa presente che nel «figurino per l’abito uniforme dei componenti la Società Filarmonica di Scrofiano, si vede indicata la doga». Si chiede quindi al Sindaco di comunicare a detta società che, non essendo la stessa in alcun modo riconducibile ad un’istituzione pubblica, non può sentirsi autorizzata a portare alcun tipo di arma; tanto più, argomenta la Prefettura, che il figurino approvato nell’aprile dell’anno precedente non ne aveva. Da questo fatto e da quanto vedremo più oltre, risulta che al tempo le divise delle associazioni private dovevano essere approvate dalle autorità.
Il presidente Bormioli, non sappiamo in quali termini né adducendo quali motivazioni, presentò un’istanza al Ministero degli Interni, ma il ricorso fu respinto ed il Sotto Prefetto ordinò al Sindaco che comunicasse la decisione affermando, senza mezzi termini, che non c’era nessun motivo perché i componenti di una «Società a scopo artistico debbano assimilarsi sul riguardo agli Agenti di polizia municipale».
La relazione della Società Filarmonica di Bettolle, in forma assai schematica (ne vedremo più avanti il probabile motivo), fu inviata al Sindaco il 10 ottobre 1888,:
«Ill.mo Sig. Sindaco del Comune di Sinalunga, rispondendo alle domande direttemi dalla S.V. soggiungo:
1º La banda è stata istituita fin dal 1863 circa dagli operai del paese. È mantenuta dai Soci contribuenti che pagano mensilmente e con una somma variabile dalle 30 alle 35 lire a seconda del numero di Essi.
2º Capo di essa ne è il Presidente che può variare annualmente, ma al momento è rappresentata dal sottoscritto.
I maestri sono due, cioè Capo Banda del paese che è ora il Signor Emilio Oreti ed uno di Firenze, il Sig. Gio: Batta Frosali il quale viene chiamato in media una o due volte all’anno.
3º Il numero dei Musicanti è di 29 per il momento.
4º Scopo della Società è di levare gli artisti dal vizio, ed al tempo stesso istruirli ed educargli l’animo.
5º L’insegnamento che s’impartisce è il seguente; Giovedì e Domenica: istruzione ai principianti ed allievi; Sabato sera insegnamento generale ai Soci componenti il corpo musicale filarmonico.
Gli alunni che frequentano l’insegnamento sono 5.
il Presidente
Angelo Marchi»
Altre notizie le apprendiamo dall’Agnolucci il quale, tra l’altro, ci descrive l’uniforme di fine ‘800 «con Elmo alla Prussiana, pennacchio rosso e bianco, tunica blu con mostre e ghiglie rosse [...]».
Ed altre notizie: «nel 1902 morì il maestro Oreti, gli successe qualche altro ma non ottenne buoni risultati e da quest’epoca la banda decadde... Occorre rammentare Gio: Batta Merlini di Bettolle che fu sostegno per 30 anni di quella banda. Concertista di trombone stimato anche nei paesi vicini come eccellente musicista»26.
Fino al 1894 la banda utilizzava per le prove un locale del fu Giuseppe Marchi di Pasquale. «Il locale non bello, era stretto, lungo e basso» ma poteva contenere fino a 200 persone27.
Dallo Statuto del 1888, nel capitolo «del Servizio e delle Prove» apprendiamo che la banda «dicesi in servizio, quando è riunita per le prove o deve uscire per qualsiasi occasione» e che i servizi sono «ordinari e straordinari: ordinari sono tutti quelli delle dieci uscite annue a cui hanno diritto i Soci contribuenti e quelli che il Municipio potrà ordinare...».
Questo concetto del diritto dei Soci unitamente a quanto si legge nel capitolo «delle Multe e Pene», lascia capire molto chiaramente che cosa volesse dire appartenere alla Banda:
«Le multe saranno stabilite come appresso.
Per ogni mancanza alle sortite:
£ 3,00 trattandosi dei Musicanti;
£ 10,00 trattandosi del Maestro Direttore;
£ 4,00 trattandosi del Sottomaestro o Capo Banda.
Per ogni mancanza alle prove o alla Scuola:
c. 50 per i Musicanti;
£ 4,00 per il Maestro;
£ 1,00 per il Sottomaestro o Capo Musica...».
Altre multe erano previste per quanti non fossero stati in regola durante la rivista che il maestro effettuava prima di ogni sortita; o per coloro che avessero utilizzato gli strumenti fuori servizio. Tuttavia, a fronte di tanto rigore, era prevista una gratificazione annuale «nel giorno dello Statuto» per quanti si erano dimostrati diligenti frequentando le lezioni e le prove durante l’anno, dando prova «di rispetto verso i superiori, e di aver tenuto bene gli oggetti della Società». Non è chiaro però il meccanismo con cui si premiava, salvo che la cifra messa a disposizione ammontava a dieci Lire28.
Il 16 marzo 1888 la Prefettura rispose ad un’istanza del Sindaco di Sinalunga con la quale si chiedeva l’autorizzazione per una nuova divisa per i musicanti di Bettolle, facendo presente che «per provvedere sopra tale dimanda» si dovrà far pervenire «triplice esemplare del figurino stesso».
Il 30 dello stesso mese l’Ufficio comunicava di aver ricevuto il bozzetto, di averlo fatto visionare dalla Direzione Militare di Firenze e di non avere alcuna difficoltà ad approvarlo se non fosse per «delle striscine ai pantaloni, le quali sono portate pure dagli Ufficiali di Cavalleria del nostro Esercito».
Il 18 aprile la questione era ufficialmente risolta, ma un paio di mesi dopo il presidente della Società bettollina scriveva al Sindaco di Sinalunga per chiedere un contributo straordinario finalizzato all’acquisto di nuove uniformi. Un po’ come dire: – se dobbiamo fare le nostre divise come pare a voi, almeno pagatene una parte.
«Illustrissimo Signor Sindaco e componenti il Consiglio Comunale di Sinalunga.
In seguito a nuove nomine da parte di questa Società Filarmonica la presidenza venne affidata al sottoscritto e furono nominati altresì i Sig.ri Marco Marchi V. Presidente, Emilio Oreti e Paolo Tommassini Consiglieri e Giustino Baccheschi Segretario.
Venuti questi alla Direzione e considerato che la Società ora rammentata non poteva andare avanti senza il rinnovo di uniformi, si rivolsero a tutta quanta la popolazione, e in special modo ai Signori del Paese per essere aiutati a pagare le uniformi ora rammentate.
In verità la maggior parte della popolazione si è mostrata aderente ai bisogni della Società ed ha contribuito per quanto poteva. Ma essendo la somma da pagare molto elevata di fronte a gl’introiti che la Società può avere, ha creduto bene rivolgersi alle SS.LL. Ill.me pure per avere un sussidio; e questo è lo scopo per il quale ha rivolto la presente istanza.
In secondo luogo, veduto che il Comune annualmente contribuisce alla Società la somma di Lire 100, fa istanza alle SS.LL. Ill.me affinché detta somma sia aumentata.
Fiducioso che pure il Comune considerando l’alto vantaggio che porta al Paese di Bettolle lo studio di una materia si nobile, vorrà incoraggiare il suo progresso, passo a segnarmi delle SS.LL. Ill.me
Devotissimo Presidente
Angelo Marchi»
Bettolle lì 8 giugno 1888
Il Comune concesse una sovvenzione di 200 Lire con delibera del Consiglio Comunale del 21 luglio 1888, ma il Prefetto di Siena, dopo un primo parere negativo della Sotto Prefettura del Circondario di Montepulciano, il 18 agosto «decreta la suddetta deliberazione [...] annullata nella parte che riguarda il concorso del Comune per la somma di Lire 200 nella spesa occorrente per l’acquisto delle nuove monture per la Società Filarmonica di Bettolle». Il Comune ricorse in appello presso il Ministero per gli Affari Interni il quale, in data 29 novembre 1888, lo respinse definitivamente.
Sicuramente al corrente della questione e comprensibilmente contrariati, i dirigenti della Società quando fu richiesta la loro collaborazione per l’indagine voluta dal Ministero, risposero – perché non potevano farne a meno – ma in modo telegrafico e distaccato, come non avevano mai fatto.
Per quanto riguarda le associazioni musicali nelle altre frazioni, non censite per l’occasione, risulta una Società Filarmonica a Farnetella, costituita intorno al 1875 per iniziativa di Luciano Meattini e don Bernardino Amidei, intorno alla quale sarebbe nata una piccola fanfara «che in breve tempo poté sostenere vari servizi sia in paese che fuori. Nel 1901 si trasformò in banda musicale a cura e spese di Adolfo Ferrari. Primo maestro fu Biagio Sorbellini ed a lui si deve il primo sviluppo. Poi fu la volta del prof. Gaetano Trapani, quindi del maestro Pietro Bruschi ed infine del signor Elia Nannucci, presente direttore. La società si sostiene con delle piccole azioni di contributo locale ed un sussidio sul bilancio del Comune come Scrofiano e Bettolle»29.
Risulta infine, documentata con una fotografia, una banda a Rigomagno agli inizi del Novecento. Purtroppo di questa associazione non siamo in grado di fornire ulteriori notizie.
Per concludere il panorama musicale sinalunghese di fine ‘800 riportiamo alcune note dell’Agnolucci relative ai musicisti di Sinalunga30. Salvo rarissime eccezioni i nomi non sono corredati da riferimenti storici precisi, tuttavia sembra probabile una loro collocazione al tempo dello stesso Agnolucci:
«Michele Salvini, istruttore paziente e maestro di molti altri buoni suonatori e musici. Suonava benissimo il contrabbasso.
Eugenio Formichi suonatore di contrabbasso [...].
Eugenio Nardi ottimo violinista [...].
Mariano Terrosi violinista famoso e compositore estemporaneo di Valzeri e Quadriglie nelle feste da ballo [...].
Luigi Santini maestro celebre di banda e suonatore di trombone non comune. Noto a Sinalunga dove diresse la banda rendendola distinta ed insegnò il suono e gli strumenti ad ottone, uomo piacevole e molto popolare, andò poi maestro di Banda a Siena ove morì [...].
Pietro Formichi, allievo del Salvini e del Santini. Pianista e compositore, andò maestro a Chiusi e poi a Siena, maestro di Cappella al Duomo e direttore della Banda municipale [...].
Don Luigi Mari organista e maestro di solfeggio [...].
Pietro Bruschi clarinettista, aiutò molto Domenico Pinsuti e diresse la banda poi andò fuori a dirigere altra banda [...].
Paolo Malfetti apprese la musica a Sinalunga [...]. poi si perfezionò nel organo sotto un celebre frate organista della Verna [...] Andò poi a Firenze sotto Mabellini [...]. Torna nell’agosto a Sinalunga dove ci fa udire le note magistrali del Organo della Collegiata [...].
Simone Savelli grande violinista [...].
Come suonatore di flauto è da ricordarsi il notaro Lodovico Ercolani [...].
Quale suonatore di oboe l’avv. Giò Batta Orlandini [...], Giovanni di Cesare Nardi Scalpellino suonatore di tromba e cornetta [...].
Quale suonatore di trombone Giovanni di Vincenzo Gagliardi e poi Luigi Bruschi, Emilio Pasquini. Non come suonatore ma come anima della banda musicale sinalunghese si deve ricordare Bartolommeo Mazzi [...].
Ciro Pinsuti, commendatore per meriti artistici, fu anche membro onorario della prestigiosa accademia romana di S. Cecilia. Fu corrispondente ed accademico residente dell’Accademia Musicale Fiorentina e membro del Consiglio censorio dell’Istituto musicale di Firenze eletto direttamente dal Ministero della Pubblica Istruzione.
Come accennato in precedenza, Ciro Pinsuti ricoprì anche la carica di Consigliere comunale, dal 7 settembre 1876, ininterrottamente, fino alla morte. Il suo impegno nell’Amministrazione pubblica, evidentemente, non è paragonabile a quello profuso nell’arte musicale, non fosse altro perché era costretto spesso ad allontanarsi da Sinalunga; è tuttavia interessante leggere alcuni sui interventi perché lasciano trasparire praticità unita a saggezza e bontà d’animo.
Durante le ricerche di archivio è stata ritrovata la sua carta intestata ed i biglietti di avviso. Un insieme molto elegante composto da una carta pregiata con uno stemma impresso con il metodo della bottellatura a secco. Lo stesso stemma è riportato nella montatura delle cornici della lapide ricordo di casa Pinsuti in Piazza Garibaldi, ed in quella della cappella nel cimitero della Misericordia. Per quanto ci è dato sapere, tale stemma non è stato usato da altri della famiglia. Alcuni particolari rimandano all’arme dei Drummond, dei quali Ciro fu il figlioccio prediletto, e da questi al clan scozzese originario. Tuttavia, i tentativi fatti per una ricostruzione della simbologia usata nello stemma, hanno dato esito negativo.
Per quanto riguarda invece le ricerche relative alla sua produzione musicale, occorre dire che hanno dato un risultato superiore alle aspettative, portando a scoprire le opere di Ciro Pinsuti presso gli archivi dei maggiori istituti musicali italiani e presso grandi biblioteche europee e degli Stati Uniti. Sul finire dell’Ottocento Pinsuti è tra i più importanti musicisti italiani. Anni prima Rossini, suo maestro e amico, aveva capito il valore del giovane sinalunghese. In una lettera gli scrisse: «Caro Ciro, ho raggiunto 58 anni e le mie opere sono come un ricordo, ma tu di anni ne hai 20 e davanti a te hai musica e gloria a volontà: non ti potrà sfuggire il successo.
Alla tua età avevo scritto La cambiale di matrimonio, tu hai scritto molto di più e le tue cambiali sono tutte scontate. Sali, sali, sali, non su una tenue Scala di seta, ma sulle più alte vette del pentagramma».
Il rapporto con Rossini fu molto bello. Dal grande maestro Ciro attinse tantissimo, compreso il modo di scrivere di getto, senza l’apporto della tastiera. Scriveva comunque ed ovunque gli frullasse in testa un motivo. La musica, gli diceva il suo maestro, nasce da una sensazione: da un rumore della strada o dal trillo di un usignolo. La melodia non si costruisce, non è di maniera, essa o è spontanea e fantasiosa o non lo è. La musica di Ciro Pinsuti non è un’impalcatura scolastica, le sue melodie raggiungono il cuore e danno gioia. Scrisse il critico francese Haar a proposito di Ciro Pinsuti: «Le sue note sono ali che si aggiungono ai piedi di un verso».
C’è un episodio divertente legato a Rossini e riguarda un consiglio che Ciro gli aveva chiesto sul modo migliore di trattare il canto ed i cantanti, giacché la maggior parte delle sue composizioni erano proprio affidate al canto. Rossini gli rispose: «Vedi, caro amico, i cantanti si dividono in tre categorie: quelli che hanno una bella voce ma che, ahimè, non sanno cantare; poi ci sono quelli che sanno cantare, ma non hanno una bella voce; ed infine ci sono quelli che non sanno cantare e non hanno una bella voce. Ora regolati come vuoi».
Da frammentarie notizie, per la maggior parte di provenienza inglese, Ciro Pinsuti viene descritto di statura medio-piccola, fronte spaziosa, capelli scuri e ben curati, baffi folti e sporgenti che gli coprivano un po’ il labbro superiore. Vestiva di scuro, spesso di velluto, alla cacciatora (o all’italiana), con colletto duro e a volte molle, ma con l’immancabile plaston (cravattone annodato) con una spilla ben visibile al centro. Occhi profondi e scuri che denotavano intelligenza viva. Voce chiara e suadente, ma con toni spesso taglienti che non ammettevano ripensamenti. Il suo inglese era sciolto, non accademico, il suo italiano: toscaneggiante.
Altre notizie specifiche sul suo carattere e sulla sua vita, per quanto ci è dato sapere, non ci sono.
Nel periodo in cui visse Ciro, l’unico raccoglitore di notizie della zona fu l’Agnolucci, il quale, come abbiamo avuto modo di dire, non nutriva particolari simpatie per il maestro; o forse, più semplicemente, ritenne che non valesse la pena di tracciare un suo profilo dedicandogli, per esempio, una delle 447 cartoline che corredano la già citata Raccolta di Notizie. Per la verità Ciro Pinsuti figura, insieme al fratello Domenico, nella cartolina 178 sotto il titolo Maestri di Musica Sinalunghesi; ma è poco più di un proforma. Altri personaggi sinalunghesi del tempo, quali per esempio il prof. Stocchi, a cui sono dedicate cinque cartoline tutte intitolate con il suo nome, sembra siano trattati in modo diverso: ma tant’è.
Si usa dire che nessuno è profeta in patria: Ciro Pinsuti non deve aver fatto eccezione. Sicuramente a Sinalunga alcuni ne dicevano bene, altri ne dicevano male, ed altri ancora non ne dicevano niente. Tra i sicuri estimatori fu il Sindaco Ulisse Orlandini che lo seguiva e lo apprezzava non solo per le sue qualità artistiche, ma anche perché i suoi successi in qualche modo davano lustro al paese.
Alle 9,14 del 17 gennaio 1886, alla stazione di Firenze viene battuto un telegramma destinato al:
«f.f. [facente funzione] Sindaco di Sinalunga -
Completo brillantissimo successo /stop
bissati diversi pezzi /stop
trentadue chiamate proscenio /stop
Orlandini /alt/stop»32
Era, appunto, il Sindaco Ulisse Orlandini, il quale, entusiasta per il successo strepitoso ottenuto al teatro della Pergola di Firenze dall’opera Margherita del concittadino Ciro Pinsuti, telegrafava al suo vice perché informasse tutta la cittadinanza.
Al suo ritorno fu indetto un Consiglio Comunale nel quale l’Orlandini chiese ed ottenne l’approvazione di un documento ufficiale con cui Sinalunga ringraziava il suo più illustre cittadino.
«Il Consiglio Com.le di Sinalunga nell’Adunanza del 28. Gennaio 1886 – Al Commend.re Consigliere Mº Ciro Pinsuti decretava il seguente Omaggio:
Con la rappresentazione dell’Opera Musicale La Margherita lavoro del meritissimo ed illustre nostro Compaesano Mº Commend.re Ciro Pinsuti, data alla Pergola fino dalla sera 16 corrente sia stata una continuata dimostrazione al merito del suo Autore, e un vero ben meritato trionfo dell’Arte, per cui è venuto lustro e rinomanza al Paese donde il Pinsuti trasse i natali è fatto incontestabile, affermato dai consecutivi Telegrammi pervenuti per informare dei successi serali, e ripetuto concordemente dalla Stampa.
Di faccia a così solenni affermazioni, qualunque dubbiezza, qualunque scetticismo bisogna venga meno: e il Commend.re Mº Ciro Pinsuti, oriundo di Sinalunga, e più oggi anche nostro collega, come membro di questo Consiglio Comunale deve a noi comparire sotto l’aspetto di questa duplice considerazione.
Al benemerito dunque ed amato nostro Concittadino Comm.re Ciro Pinsuti, ed all’illustre Maestro compositore dei melodici soavi ed appassionati concerti che nella culta e gentile Città dei fiori portò colla sua ispirazione illustrato il nome di questo nostro paese di Sinalunga, propongo che il Consiglio Comunale indirizzi parole di ringraziamento e di lode facendo voti per sempre nuovi e crescenti trionfi
U. Orlandini»33
Il documento fu votato all’unanimità ed inviato al maestro che si trovava a Firenze.
Pochi giorni dopo giunse a Sinalunga una lettera in formato carta da visita in pregiata carta avorio, spedita da Firenze il 13 febbraio e indirizzata al Sindaco Orlandini
«Illustrissimo Signor Sindaco
del
Comune di Sinalunga
Nella vita tormentata e ripiena di amarezze dell’Artista, vi sono (grazie a Dio) delle consolazioni e delle soddisfazioni indescrivibili.
L’Omaggio a me diretto, e dalla S.V. Ill.ma tanto nobilmente e generosamente proposto, e con tanta cordialità, all’unanimità accettato dall’intiero Consiglio Comunale di Sinalunga per la lieta accoglienza accordata alla mia Opera “La Margherita” dal gentile pubblico di Firenze, mi ha profondamente commosso, e ne serberò eterna gratitudine.
Lo scopo principale di tutta la mia vita artistica è stato (per quanto la mia pochezza lo permettesse) essere utile all’Arte che con tanto amore professo, e allo stesso tempo rendermi meritevole delle tante dimostrazioni di stima e di affetto prodigatemi dal mio paese nativo. Mi è perciò di somma consolazione lo scorgere che questo mio difficilissimo proponimento è riconosciuto ed apprezzato (se non da tutti) almeno dalla grandissima maggioranza dei miei amatissimi concittadini.
Accetti dunque Ill.mo Signor Sindaco, e voglia essere mio interprete presso l’intiero Consiglio Comunale dei sentimenti della mia più profonda e sentita gratitudine.
Mentre con i sentimenti della più alta stima, ho l’onore di segnarmi della S.V. Ill.ma
Devotissimo e gratissimo
Ciro Pinsuti»34
Sulle ali dell’entusiasmo nel Consiglio comunale del 19 febbraio «sarebbe sorta un’altra idea», quella di far eseguire un «ritratto a matita» di Ciro Pinsuti da collocare poi nella sala del Consiglio. La proposta fu accolta all’unanimità35. Il ritratto in questione dovrebbe essere quello pubblicato all’inizio del quaderno, perché non se ne conoscono altri e perché corrisponderebbe con il periodo. Se questo è, in effetti si tratta di una stampa con cliché ad incisione ottenuta da fotografia (vd. pagina precedente), come era in uso al tempo.
Alcuni mesi dopo, e precisamente nell’adunanza del 6 maggio, Ciro Pinsuti approfittò della sua carica di Consigliere per ringraziare tutti delle attenzioni e degli atti di affetto che il Consiglio, la Giunta, il Sindaco ed il paese gli avevano indirizzato per i successi fiorentini riservati alla sua opera Margherita36 ormai da tutti apprezzata.
In effetti la Margherita fu rappresentata per la prima volta a Venezia nel 1882 e tre anni dopo a Sinalunga per la riapertura del teatro, dopo il grande restauro dell’architetto Corbi.
Dell’opera scrisse l’editorialista del giornale senese La Farfalla: «Il soggetto è un intrigo alla Corte Spagnola nel secolo xvii. Il libretto è dello Zanardini, il quale se non fu troppo felice verseggiatore, apprestò situazioni drammatiche d’una efficacia incontrastabile. Ed il Pinsuti ne ha tratto sagace partito e le ha svolte egregiamente: le ha svolte con forme talora nuove, sempre adatte, e senza mai trascurare una impronta di giusto colorito e d’espressione, che rivela il suo sentimento musicale e la maestria vera del contrappuntista»37.
«[...] A Sinalunga hanno poi la fortuna di riaprire il loro teatro con una delle opere di un loro paesano – scriveva nelle anticipazioni per i festeggiamenti Il Libero Cittadino del 27 agosto – e nuova, perché data solo nel 1882 alla Fenice di Venezia, e questa è la Margherita del comm. Ciro Pinsuti, che poi sarà seguita dal Faust di Gounod [...].
Le due opere saranno concertate e messe in scena dal maestro Ciro Pinsuti [...] onde, come accennammo, si può essere sicuri, che la parte musicale sarà superiore ad ogni aspettativa, poiché egli ebbe anche la pazienza di accozzare ed istruire quaranta coristi e coriste, tutti orecchianti e di Sinalunga»38.
Il cronista, nello stesso articolo, scrive che al momento della sua visita del 24 agosto in teatro si stava ancora lavorando «alacremente a sistemare le ultime cose». Racconta poi di aver visitato il teatro nel 1879, in occasione della rappresentazione del Ballo in maschera, e di averlo trovato inriconoscibile «tanto è cambiato: semplice ma bene inteso il vestibolo, la platea tutta messa a bassi rilievi di stucco ed oro, bene inteso ed intuonato il soffitto dipinto alla Raffaella, i palchetti messi semplici e ricchi»39.
Dell’inaspettata bellezza del teatro scriveranno tutti i giornali e non soltanto quelli a carattere locale. Per esempio La Stampa di Roma ne parlerà in tre occasioni diverse40. Tra i tanti articoli in proposito, quello a firma M.F. de La Farfalla, è sicuramente il più passionale: «[...] Inoltrandosi per quella viuzza d’aspetto squallido e melanconico, con l’intenzione di visitare per la prima volta il Teatro di Sinalunga, si prova una impressione simile presso a poco a quella del forestiere che da Porta Ovile entrando in Siena, senza conoscerla neanco per fama, non può certamente supporre che al di là di Via degli Asini e delle ripide coste del Bruco e di Vallerozzi esistano la Piazza del Campo, il Duomo [...].
Ma la prevenzione poco favorevole concepita durante il breve tragitto per giungere al Ciro Pinsuti, si cangia in sorpresa e meraviglia non appena posto il piede nella sala destinata al culto d’Euterpe.
Si può credere per un momento di trovarsi in una città di prim’ordine, tanto è lo sfarzo, così perfetta l’armonia dell’ambiente [...]»41.
Nei due mesi precedenti l’evento: apertura del teatro con la messa in scena della Margherita, Sinalunga fu costantemente presente nelle pagine dei giornali, tanto che, verso la fine di agosto, i cronisti si trovarono a dover cercare a tutti i costi cose nuove da raccontare. Ci riuscì l’inviato del Libero Cittadino, nell’ultima cronaca di agosto, quando trovò qualcuno che lo accompagnò in teatro. Ciò gli permise di raccontare dei preparativi, dei quaranta coristi sinalunghesi, del maestro Ciro Pinsuti al lavoro con il fratello Domenico e di stupirsi per l’incontro con quello che credeva un operaio il quale, armato di pennello ed in maniche di camicia, dava gli ultimi ritocchi alle scene. «Trattavasi invece di un signor accademico tanto gentile» che gli raccontò tutto del teatro e dello spettacolo (sicuramente era l’Agnolucci il quale effettivamente aveva lavorato alle scenografie). Gli dissero tutto e gli fecero vedere tutto, però: «mi dicevano ancora che le tre donne della compagnia di canto sono alquanto bellocce, ma queste non me le hanno fatte vedere»42.
Si giunge infine alla serata inaugurale: «quella di ieri sera fu, per Sinalunga, una vera festa dell’arte e tanto il teatro, quanto lo spettacolo sarebbero degni di un capoluogo di provincia, anzi molti di essi non possono troppo spesso vantarsi dell’uno e dell’altro [...]»43. Il Commento è del Libero Cittadino, ma le stesse parole sono usate da La Vedetta, La Nazione, La Stampa.
«La Margherita, opera del mº Ciro Pinsuti, piacque immensamente, fu una conferma del successo ottenuto nel 1882 alla Fenice di Venezia [...].
Il mº Ciro Pinsuti fu chiamato non so quante volte all’onore del proscenio. Il finale dell’atto 3º fu un vero trionfo: chiamato fuori il maestro, dal presidente dell’Accademia, gli fu presentato un indirizzo firmato da tutti gli accademici, mentre una graziosissima bambina porgeva al maestro una magnifica corona d’alloro.
Terminata l’opera la banda filarmonica era alla porta del teatro ad aspettare il maestro per accompagnarlo a casa. E questa fu una sorpresa per tutti perché quei bravi giovanotti si erano preparati zitti zitti: coloro che non erano occupati nell’orchestra o nei cori, avevano recato gli strumenti agli altri. Il pubblico si unì alla banda e seguì il mº Pinsuti fina alla porta di casa dove esso, commosso, ringraziò con brevi parole, ricordando al paese che fin a quando sarà unito potrà sempre farsi distinguere perché quella sera era stata una festa non facilmente dimenticabile»44.
«Il coro sacro del primo atto ed il finale del quarto, mi parvero creazione stupenda di un gran maestro.
La seconda gavotta dei paggi, il finale dell’atto terzo, il duo fra baritono e tenore, il brindisi del contralto ed altri pezzi di minore importanza, mi sembrarono pure degni di encomio.
Se pur non convenga far profezie in cose d’arte, la mia modesta opinione è che il Pinsuti, ispirandosi ad un altro soggetto drammatico nel quale, più che l’amore, abbiano campo la fede, il sacrifizio, la gloria, tutto ciò insomma che risponde ai sentimenti delle anime forti, possa riuscire, quando non gli faccia difetto la lena, a dare alla luce un nuovo lavoro da passare acclamato alle generazioni future.
Frattanto mi pregio registrare con verace compiacimento il successo ottenuto oggi dalla sua Margherita: e di tale successo Egli ebbe lusinghiero attestato nelle splendide onoranza cui venne fatto segno durante le prime rappresentazioni e nel plauso di persone competenti ed imparziali accorse da varie parti a pronunziare il loro verdetto.
Per dare a ciascuno il suo, è giustizia dichiarare che ai pregi dell’opera non sono inferiori quelli della esecuzione.
La signorina Italia Castellani45 (Margherita «angelo di bellezza») ha voce di soprano estesa, unita, uguale, limpida, soave: e, ciò che più vale, canta con anima e colorisce mirabilmente, senza fare sfoggio di note plateali e gonfie, a danno del buon senso musicale [...].
Il mezzo-soprano signorina Mercuri46, alla opulenza delle forme scultorie, che acquistano maggior risalto dal suo abito maschile accoppia buon metodo di canto e pratica di scena [...].
Né sono meritevoli di minori elogi il tenore Pietro Buzzi ed il baritono Romolo Dolcibene, ambedue giovani, entusiasti dell’arte, dotati di mezzi non comuni [...].
Attore-cantante nel vero senso della parola è il basso Rodolfo Tronti che nella terza parte di Grande inquisitore ha superato la riputazione che lo aveva preceduto[...].
Benissimo i cori [...]»47.
A proposito dei cori La Vedetta scrisse: «sono superiori ad ogni elogio. Pare impossibile che si sia potuto in Sinalunga mettere insieme una massa corale tanto buona, e che oso dire farebbe invidia a qualche teatro di città – le donne specialmente, numerose, giovani e belline quasi tutte, si fanno molto onore»48. La bellezza delle ragazze sinalunghesi colpì anche l’inviato della Farfalla, folgorato «all’alzarsi della tela, nel vedere quella eletta schiera di creature belle comparire in costume di forosette, recando canestri con mele ed altre frutta di cartapesta, pensai subito alla differenza enorme fra quelle mele artificiali e le loro guance fresche e vellutate come rose di maggio».
Lasciamo aperta la parentesi dedicata alle ragazze sinalunghesi perché, da come ne parlano i cronisti, dovevano essere all’altezza della situazione: «...così perfetta l’armonia dell’ambiente, tante le figure femminili che sporgono dalle logge, fra le quali – le figure, s’intende – metto in prima fila la signorina Cenni: ed infatti la sua bionda testolina dal profilo aristocratico e gentile, fa splendida mostra appunto in un palco di prima fila. Di fronte a lei, la bruna signorina Pinsuti e la signorina Agostini d’Arezzo: la prima nell’ovale del viso tutto dolcezza e candore, rassomiglia ad una Madonna di Raffaello; l’altra, sorridente e vivace, ad una vispa castellana del medio evo. Dalla parte opposta, un po’ più verso il centro, la fisonomia intelligente ed espressiva della signorina Franceschini-Taddei, e insieme ad essa la signorina Manfredini di Pistoia, dall’aspetto lanciato e maestoso. A sinistra ho ammirato gli occhioni neri e le forme sottili e flessuose della signora Bassi di Siena, e lo sguardo languido e graziosamente miope della signorina Savelli. Poi le signore Orlandini, Carraresi, Naldini, Terrosi e tante altre avvenenti e simpatiche, di cui spiacemi non conoscere o non ricordare i nomi, per poterne descrivere le grazie della persona e gli abbigliamenti d’ottimo gusto.
Calmato lo slancio d’ammirazione per le belle spettatrici...», passiamo alla scenografia. I costumi furono definiti: «sfarzosi – e poi – Accurata la mise en scène. Bellissimi gli scenari del Gianni di Firenze e dell’ing. Agnolucci di Sinalunga [...]»49.
E per finire, l’orchestra, «diretta dal Maestro Cav. Domenico Pinsuti, va come può andare un assieme di professori del genere del Franci, del Campostrini, del Sarti e di altri d’uguale valore: stupendamente!»50.
***
Negli anni immediatamente successivi all’Esposizione mondiale di Londra, Ciro Pinsuti iniziò una produzione musicale di canzoni e ballate per il mercato americano. Spartiti, locandine ed inserti musicali di vario genere con il suo nome, sono conservati presso le sezioni musicali e le biblioteche di prestigiose università e figurano nei cataloghi dei più importanti antiquari. Il printed in Chicago, Detroit, Boston o New York, che figura nei diversi stampati, sembrerebbe dar valore all’ipotesi di una produzione specifica per l’America, anche se alcune canzoni si ritrovano anche in Italia. La quantità notevole di musica stampata direttamente in loco (solo alcune hanno un qualche riferimento a Londra), fanno anche pensare ad una presenza, quanto meno di un fiduciario di Ciro, negli Stati Uniti.
Per dare un’idea circa la qualità della produzione americana di Ciro, possiamo dire di sue canzoni inserite nel “Greatest Hits” (i successi dell’anno, una sorta di Hit parade dei giorni nostri): «Good Night! Good Night, Beloved!» con testi di Henry Wadsworth Longfellow, nel 1873; e «The Sea Hath Its Pearls», ancora con i testi di Henry Wadsworth Longfellow (ma curiosamente tradotti dal tedesco da Heinrich Heine), nel 1884.
Una prova ulteriore della popolarità di Ciro Pinsuti in America ci viene fornita dalle diverse versioni ed arrangiamenti fatti da altri compositori per alcune sue canzoni e ballate: in alcuni casi si conoscono, oltre alla versione originale, riscritture per banda, pianoforte, chitarra e ottoni.
Infine, per quanto riguarda la quantità, riportiamo una serie di titoli, per un totale di poco inferiore alle 300 pagine di musica, conservate presso la Libreria del Congresso degli Stati Uniti, nel reparto Music for the Nation della sezione musicale.
L’elenco non rappresenta la produzione totale di Ciro Pinsuti. Infatti, occorre dire, che la raccolta è il frutto di una legge del Congresso degli Stati Uniti risalente al 1870. Tale legge stabiliva che tutte le richieste per la preservazione dei diritti d’autore presentate al U.S. Copyright Office – e riguardanti esclusivamente le produzioni musicali stampate negli States – fossero corredate da una copia completa dell’opera e che questa fosse conservata nella Library of Congress. Per cui, come confermano tra l’altro spartiti in possesso di altre istituzioni, per le quali evidentemente non era stato richiesto il copyright, o che comunque non possedevano i requisiti previsti dalla legge, l’elenco che proponiamo è assolutamente incompleto:
– Better than gold; Ballad
– Summer’s come again
– The Light of the land
– O Lord, o Lord most holy
– Auf wiedersehn; or, Farewell dear love
– Mio amore addio - Farewell dear love
– The Light of the land
– Till the breaking of the day
– I love my love
– Beatrice, kind and so modest
– Welcome, pretty primrose
– The Watchword
– All the world’s a stage
– Arise, sweet love
– For you and me
– My destiny - Il mio destino
– The bunch of violets - Il mazzolin di viole
– Good night, dear comrades
– I loved thee then, I love thee now - T’amavo allor e t’amo ancor
– Love thou - Ama!
– The Desert
– Welcome primrose
– Bedouin love song
– Good bye, dear love
– I love my love
– I fear no foe
– Good night beloved; Serenade
– Thine eyes of blue
– Constant love
– Welcome pretty primrose; Polka
– Welcome pretty primrose; Song
– I heard a wee bird singing
– Love on! - Ama!
– Starry heaven - Il ciel stellato
– I loved thee once, I love thee still.
Una nota curiosa riguarda la canzone Beatrice – Kind and so modest, prodotta con grande successo a Boston da Ditson & C. agli inizi del 1882 e poi nei mesi successivi, sembrerebbe su licenza della stessa casa editrice: a New York, Chicago, Philadelphia, St. Louis, New Orleans e S. Francisco. Curiosamente, dicevamo, nello stampato non figura l’autore del testo, né in copertina, dove campeggia solo «Song by Ciro Pinsuti», e neppure all’inizio dello spartito dove solitamente è riportato l’autore dei testi e dove, nel caso in questione, è riportato: «English version by Laura Underwood».
Come per altre canzoni pubblicate da Ciro in America, lo spartito presenta il testo bilingue: sopra in italiano e sotto in inglese. Questo fatto ci consente di risalire immediatamente all’autore del testo originale fin dai primi versi:
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua doven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare...
non occorre andare oltre per capire che si tratta del sonetto xxvi da la “Vita Nova”, anno 1283 circa, autore Dante Alighieri.
Mancando note chiarificatrici di Ciro, non sappiamo se l’aver messo il nome del traduttore e non quello del sommo poeta sia da imputarsi ad un refuso di stampa o ad altro. Occorre aggiungere in proposito che, alcuni anni dopo, la canzone (intitolata questa volta con il solo nome Beatrice) risulta inserita in una raccolta di Quattro melodie per canto, che Ciro compose e dedicò all’immortale Rossini, suo maestro ed amico. Lo spartito in questione riporta come autore del testo «Dante». Del fascicolo, pubblicato a Londra e composto in italiano, conosciamo, oltre a Beatrice, solo la canzone nº 3, Ginevra.
Nella produzione del Pinsuti ci sono altri casi nei quali il compositore si è servito dei testi di grandi della letteratura mondiale; per esempio Giosuè Carducci con Lungi, lungi, o Shakespeare con Il mercante di Venezia. Per quanto riguarda invece il vistoso omaggio a Rossini stampato sulla copertina, occorre dire che era una pratica piuttosto comune quella di dedicare un’opera, in molti casi con una copertina apposita, ad un personaggio importante, conosciuto o ammirato dall’autore. Normalmente l’opera, completa di libretto, e rivestita con la copertina dedicatoria, era tirata in un numero di copie limitato, mentre la versione commerciale era corredata di una copertina più tecnica.
Del Pinsuti si conoscono alcune dediche importanti. Proprio per Il Mercante di Venezia, per esempio, la dedica è riservata a Sua Grazia Louisa, duchessa di Northumberland, per la quale Ciro sente il bisogno di aggiungere «in segno di rispetto, d’affezione e di profonda gratitudine». A Sua altezza The Pricess Louise (dall’impostazione e dai termini usati sembrerebbe persona diversa dalla duchessa Louisa), dedica un coro nuziale.
Altri tipi di dedica: in occasione dell’annessione della Toscana all’Italia scrive un Te Deum, che indirizza a re Vittorio Emanuele. Anni dopo si sentirà di rendere «profondo rispetto e devozione» alla regina Margherita di Savoia con il Mattia Corvino.
Ed infine, segni di ringraziamento a personaggi meno noti, ma per lui sicuramente non meno importanti, come il suo editore italiano Giulio Ricordi, o l’amico barone Erik Lumbroso.
Per quanto riguarda la produzione musicale di Ciro, come abbiamo fin qui visto, è costituita per la maggior parte da romanze. Al teatro lirico ha regalato tre sole opere: Margherita, Il mercante di Venezia e Mattia Corvino, ma di un livello decisamente elevato.
Della Margherita abbiamo già parlato; del Mercante di Venezia, possiamo brevemente dire che si tratta di un melodramma in quattro atti tratto dall’omonima commedia di William Shakespeare, con parole di G.T. Cimino; fu rappresentato per la prima volta al Teatro Comunale di Bologna l’8 novembre 1873. Infine il Mattia Corvino fu composto quattro anni dopo ed è un dramma lirico in un prologo e tre atti. Fu rappresentato per la prima volta alla Scala di Milano il 24 marzo 1877. Scrisse il critico del Corriere nell’occasione: «[...] che di più e di meglio possiamo ora chiedere ai nostri musicisti italiani? Ciro Pinsuti è stato veramente grande».
Autore dei testi del Mattia Corvino, il librettista romano, poi importante agente teatrale, Carlo D’Ormeville il quale fu, tra l’altro, l’allestitore della trionfale prima dell’Aida al Cairo.
Concludiamo questa parte dedicata alla produzione musicale di Ciro Pinsuti con uno stralcio da uno scritto di Cesare Orselli, prodotto per l’Accademia musicale Chigiana nel 1978, per i Corsi di alto perfezionamento musicale, in occasione del concerto che si tenne a Sinalunga.
«L’invenzione melodica che Pinsuti riserba alla sua produzione operistica non ci pare si distanzi in modo reciso da quella effusa nelle romanze da salotto. Era d’altronde impensabile che un compositore giunto a livelli di notorietà europea potesse rinnovare radicalmente un linguaggio così collaudato e ormai – oseremmo dire – famoso ed amato. Ed ecco la scena di Porzia dal Mercante di Venezia “Ecco Venezia”, in cui il fascino ricorrente del ritmo di valzer s’insinua, prima ancora che nella linea del canto, nell’introduzione orchestrale; e si noti ancora nell’aria “Tutto ti dono”, sempre dall’opera su soggetto scespiriano, l’ispirazione salottiera, pur innervata da una scrittura piuttosto impegnativa per quanto attiene l’estensione locale. Questo appunto sembra essere un tratto caratteristico del melodismo operistico di Pinsuti: non rinunciare a collaudate formule di romanze, ma al tempo stesso, rifuggire dalle facilità di quel canto, arricchendo la struttura di impegnativi passaggi virtuosi. Non è un autentico salto di qualità, ma è tuttavia una differenziazione evidente rispetto al canto naturale ristretto entro limiti di un medium vocale – magari dilettante – che desidera cimentarsi con un’arietta da camera.
In altri momenti – come nel duetto dell’opera Margherita – Pinsuti trova accenti di una suadente espansività (episodio centrale) che seguono una sorta di caldo madrigale amoroso che il tenore intona in apertura del duetto. Altrove il Nostro sa animare il recitativo (aria da Margherita) incastonando le varie espressioni verbali fra interventi orchestrali assai efficaci, pur nell’ossequio alla convenzione melodrammatica; poi ecco la malinconica aria in cui torna a spirare il compositore di romanze: nella linea del canto come nei liquidi accordi arpeggiati.
Che nel genere salottiero il Pinsuti abbia dato i suoi frutti più incantevoli anche se talvolta leggeri, quasi acquarelli o disegni al tratto, rispetto ai più impegnativi quadri melodrammatici, potrà forse apparire opinione restrittiva, ma non troppo lontana dalla verità. Pinsuti vi espande appieno tutta la sua vena melodica, se non ricca e variatissima, accattivante e tenera, che sa saggiamente rivestire testi poetici tali che consentano di non eccedere mai quel particolare tono medio, quella misura che costituisce il fascino maggiore della lirica da camera ottocentesca, anche di quella illustre firmata da un Grieg, da uno Chopin, da un Ciaikovsky. Pensiamo alla lieta mazurka “Rosina” in cui la delicatezza si sposa – come in certe pagine operistiche – a un impegno vocale non indifferente, si naturali e do, fioriture; al garbato valzer “O immagini d’amor”, articolato in varie sezioni: le più espressive sono il preludietto serioso e il paesaggio modulante che fa piegare la voce a inflessioni più appassionate; tutto il resto vive di una leggerezza cantabile, che si increspa di virtuosismi brillanti e delicati in una felicità di canto che – come il celebre “Bacio” di Arditi – fissa emblematicamente l’enorme distanza fra quell’età di pudori vittoriani e tenerezze inconfessate e la nostra, tanto più profondamente travagliata ed amara, incapace di simili slanci ingenui e irriflessi. Neppure i toni truci di Lorenzo Stecchetti, autore dei testi di “Ricordati” e “Quando cadran le foglie” riescono a turbare questo universo sorridente di Ciro Pinsuti: perfino in esse – accanto a qualche convenzionale sfumatura funerea – ecco riemergere un breve eco di 3/4 che anima il recitativo fino a trasformarlo quasi in un’aria vera e propria (“Quando cadran le foglie”). E, divenuto addirittura simbolo di intere, patetiche generazioni, si ascolti il celebre “Libro santo” cui facevamo prima cenno: molto della nostra spiritualità romantica – ai suoi livelli “medi” – vi è raccolto in modo esemplare»51.
Il 10 aprile 1888 Sinalunga si mobilitò per ricordare il grande maestro scomparso.
Nella mattina, così come era stato stabilito dalla delibera del Consiglio Comunale del 21 marzo, furono celebrate le esequie solenni in Collegiata; e la sera, in quel teatro che alcuni anni prima gli era stato intitolato, si tenne la commemorazione civile.
Alla cerimonia presero parte personalità dello Stato, Sindaci, rappresentanti di associazioni, personaggi dell’alta società, cittadini.
In chiesa erano state allestite delle tribune alle quali era consentito accedere solo presentando un grosso biglietto d’ingresso (15x12 cm), stampato per l’occasione in un cartoncino listato a lutto.
Per il trasporto di cortesia dei bagagli degli ospiti e degli strumenti dei suonatori dalla stazione al paese, era stato dato l’incarico «al Biagianti, detto Topino». Per la commemorazione serale, invece, un certo numero di carrozze erano state messe direttamente a disposizione del Sindaco Orlandini.
Nei giorni immediatamente precedenti era stata effettuata anche una prova generale, ma «rigorosamente a porte chiuse».
Fin dalle prime ore della mattina circolavano alcune copie di un libretto contenente tutte le epigrafi che di lì a poco sarebbero state viste in chiesa52.
Circa gli addobbi non risulta altro se non che il senese Filippo Gori, Tappeziere ed Apparatore, alcuni giorni prima della stesura finale del programma, con grande tempismo, si propose al Sindaco offrendo «qualunque paratura, con roba buonissima, con guarnizioni e prezzi moderatissimi [...] Se occorresse qualche informazione vada dal Sig. Luigi Agnolucci avendolo servito in diverse occasioni»53. Non sappiamo se fu dato seguito all’offerta.
Ed infine gli inviti, dei quali, oltre ad un lunghissimo elenco di nomi, resta una sorta di matrice (o forse bozza per la stampa, non lo sappiamo), su carta intestata del Gabinetto del Sindaco.
La commemorazione civile a teatro ebbe inizio alle otto e mezzo di sera e fu preparata in modo minuzioso, in particolare per l’assegnazione dei posti, da una serie di riunioni della Commissione per le Onoranze, di cui abbiamo già detto all’inizio. Della serata resta un prezioso libretto contenente la trascrizione degli interventi e le epigrafi contenute nell’opusculo stampato a cura del comune, del quale abbiamo detto poco sopra, con l’aggiunta di quella dello Stocchi, destinata alla parete esterna di casa Pinsuti in piazza Garibaldi.
Nelle pagine che seguono si riportano tutti i testi contenuti nel libretto.
Parla il cavalier Ulisse Orlandini,
Sindaco di Sinalunga
Circa tre anni or sono, come a festa e per divertimento, noi eravamo qui attratti dallo spettacolo dell’opera musicale Margherita, uno tra i lavori del nostro concittadino maestro commendator Ciro Pinsuti; la riunione di questa sera, qui, in questo luogo, ha invece lo scopo di commemorare la onorata e benefica esistenza dell’individuo che alla famiglia, al suo paese nativo, alla patria ed all’arte tanto a lui prediletta fu repentinamente ed ahi! tanto prematuramente rapito!
Il Municipio, quale espressione del sentimento generale, sentì suo dovere tributare considerazione e riconoscenza al cittadino, che fecondato in sé il germe di natura, compiuto e favorito dal proprio suo genitore, lo sviluppò al punto di affermare per sé e per la sua famiglia un nome onorato, rispettato ed ammirato anche all’estero e d’illustrare con questo quello del piccolo e modesto paese da cui egli aveva sortito i natali. Diventava poi anche un debito di gratitudine di fronte alle elargizioni fatte a favore delle istituzioni paesane. Ma non è mio compito, o signori, tessere la biografia o fare il necrologio dell’illustre e benemerito estinto concittadino ed artista, maestro commendatore Ciro Pinsuti. Per questo, cedo la parola ad altri di me più competente in materia, all’egregio barone dottor Erik Lumbroso che ho l’onore di presentarvi.
Parla il dott. Erik Lumbroso,
per incarico del Municipio e
della Società operaia di Sinalunga
Signori, È dell’uomo che fu il più mite, il più caro, il più affettuoso; è d’uno degli artisti più gentilmente e genialmente ispirati, che sono chiamato a trattenervi in questa sera consacrata alla sua memoria dilettissima.
Ripeto il mesto e pur gradito incarico, oltreché da questo onorevole Municipio, da un’Associazione, che vantando nel suo benefico attributo un patto santo di fratellanza concede a me, modesto ed oscuro operaio della penna, l’invidiato onore di parlarvi di Ciro Pinsuti, che fu insigne operaio d’un grande pensiero; di quel pensiero che, mercé la voce armoniosa delle note, scende balsamo ineffabile nel cuore di tutti e ne scuote soavemente le più intime fibre.
Quando un uomo ha lavorato per l’arte, con instancabile operosità, non temendo derisioni e sconforti, percorrendo impavido la via tracciata dal suo pensiero, quando il turbine fecondo della fantasia lo ha spinto a compiere l’intimo voto, ond’è sorta, certo per non perire, l’opera onorevole di tutta la sua vita; quando quegli, dico, – il quale nella continua lotta del pensiero non cessò mai d’essere animato da una fede ardente, da un’aspirazione senza tregua all’ideale, – è sceso nella fredda oscurità della tomba – no, non e morto!
Tutto anzi e più fortemente sorge e rivive di lui.
La cara, incancellabile immagine del volto, cui piacque alla natura – per lo più non troppo verace – d’imprimere i segni della più delicata soavità ed onestà dell’animo purissimo; la ricordanza di quegli occhi nei quali si rifletteva tutto il bagliore dell’ingegno; e più d’ogni altra cosa il monumento della ricca opera musicale e la dignità del concetto artistico, alla quale egli la volle sempre informata, vivono e vivranno di lui, finché non si spenga – ciò che è impossibile – quella fiamma istessa che feconda, crea ed alimenta le forme così varie dell’arte; finché non cessi quel vivo incendio, nel quale – comunque ardendo e perpetuamente purificandosi – trovano risorgimento e sviluppo le alate fantasie del pensiero.
Dunque parliamo, parliamo di lui, come s’egli fosse anco presente a noi; come s’egli assistesse non alla pubblica espressione del nostro angoscioso rimpianto, ma alla esaltazione d’una delle sue opere d’arte.
Accogliamo lo spirito suo, aleggiante qui nel diletto paese nativo in questo paese ch’egli non seppe mai dimenticare né in vita né in morte; in questo teatro medesimo che s’ebbe da lui il nome e la maggior gloria di trionfi; accogliamolo, non al mesto rito che rammemora i trapassati, ma quasi ad una festa, tutta fulgente della sua apoteosi e nella quale tanto più s’affermi la sua vitalità d’artista, quanto minore in noi si fa la persuasione che la fredda ala della morte possa essersi distesa sul capo adorato del nostro maestro, del nostro povero amico.
Ahimè, pur troppo, una promettente composizione strumentale non peranco terminata, attesta della sua crudele dipartita.
Egli fu sorpreso dal malore, che l’ha tratto al sepolcro, quando appunto era intento a quel suo nuovo lavoro; quando, piena l’anima d’ardente entusiasmo, era ancora per fidare alla più indiscutibile sapienza delle note tutta l’onda d’inspirata melodia, che il quartetto, dell’Herkmann – per virtù d’una magistrale e scrupolosa interpretazione di capolavori classici – aveva saputo suggerire alla sua mente di compositore, al suo cuore d’artista.
Perocché né gli agi d’una ben meritata fortuna, né la doviziosa suppellettile delle opere compiute consigliarono mai il riposo a questo infaticabile lavoratore; né alcuno dei vantati trionfi lo trattenne dal
seguire il prefisso cammino – nel quale, bisogna pur dirlo, se fiorirono vivide ed aulentissime le rose del successo, non mancarono d’altra parte gli spinosi intralciamenti, creati dalla impotenza, dalla invidia, dalla mania distruggitrice di certe tronfie e pettorute nullità, le quali non hanno mai posseduto il sentimento estetico della vera arte italiana, o l’hanno perduto nel perseguire vane chimere contrarie alla nostra indole musicale, o se l’hanno tuttavia, l’hanno – per l’ibridismo confusionario delle varie scuole – morbosamente pervertito.
L’italianità, ecco la principale caratteristica della musica del nostro maestro. E quando si dice italianità non s’intenda di ristringere la grande idea ad un concetto puramente topografico; ma che tutta vi si debba comprendere la grande famiglia dei musicisti illustri, antichi e moderni, i quali seppero trarre scienza ed inspirazione al fonte purissimo della vena melodica italiana e crebbero il sacro patrimonio dell’arte, uniformandosi ad un linguaggio musicale, che arriva; per le vie piane del sentimento, della semplicità e del buon gusto, al cuore di tutti e che perciò si rende necessariamente cosmopolita.
«La musica appartiene al mondo intiero» ebbe a scrivere lo stesso maestro. «Le sette note sono l’alfabeto musicale di tutti i paesi. Come si vede, il campo e assai ristretto ed altrettanto esplorato; ma la musica vocale prende un tipo suo proprio solo dalla lingua in cui è composta».
Il compianto maestro, conversando, poche sere prima di lasciarci per sempre, con uno dei più illustri critici musicali che vanti l’Italia, dopo avere con una sconfinata ammirazione dimostrato il proprio entusiasmo per Haydn, Mozart e Beethoven, tremava all’idea di scrivere il suo quartetto, del quale aveva compiuto il primo tempo ed aveva appena iniziato l’adagio:
«Benché convinto che dopo le opere divine di quei tre sommi,» egli diceva al Biaggi, «della musica strumentale da camera non resti da far altro... che una ben magra figura, pure mi sono lasciato prendere da codesta melanconia».
Così si esprimeva nella sincera espansione dell’affetto, colui, le di cui composizioni ascendevano già a più di 600 ed abbracciavano con una meravigliosa multiformità e con costante successo tutti i generi della musica vocale. Tantoché «in ciascuna delle sue opere, applauditissime tutte», scrive l’erudito critico della Gazzetta musicale, «si notano quella rara spontaneità, quella dolcezza melodica, quella stupenda disposizione delle voci, che sono il titolo maggiore del caro maestro alle palme dell’arte».
Queste parole che rappresentano l’idea sintetica dell’opera musicale di Ciro Pinsuti rispondono a quella, che io, benché profano all’arte, mi sono formato di lui e dei suoi lavori; idea confortatami dal giudizio ch’ebbi cura di richiedere ai più valenti maestri di musica, sullo stile melodico, sull’ideale artistico informatore delle opere sue, sulla struttura organica delle sue composizioni e che rappresenta, lui morto, un plebiscito d’ammirazione per tutto il ciclo luminoso di quei meritati trionfi.
Non sarò certo io che rianderò questa sera colla mente ai prodigiosi incanti della fanciullezza di Ciro Pinsuti, né d’altra parte darò corpo alle ombre cervellotiche di alcuni suoi biografi, i quali avvolsero in una fantastica leggenda la sua origine musicale. Certi genii, per esempio, non si sviluppano per la grottesca e immaginaria rottura di un femore; bensì per invidiabile sanità della mente pronta ai fàscini geniali dell’arte.
Mi parrebbe quindi una sacrilega offesa alla sua memoria, non che al pensiero di voi tutti, se mi accingessi qui a ritesservi per filo e per segno la storia d’una vita che tutti avete nel cuore e nella mente.
Voi avete palpitato d’entusiasmo quando vi giungeva l’eco dei trionfi ottenuti dal vostro compaesano; voi – comunque convinti della sua valentia, della sua inesauribile vena melodica, della maschia severità de’ suoi studi – avete trepidato nel cuore di fratelli alla prima rappresentazione di qualche sua opera teatrale; voi ne avete seguito con ansia, con infinito desiderio di trionfo, i passi nell’arte, e mentre rideva nell’ampio tripudio di questo bel cielo il nostro sole italico voi avevate l’anima intesa a quel raggio di luce purissima, che, nel nome e per la gloria dell’arte italiana, rompeva la fosca melanconia del cielo britannico.
Sarebbe quindi affievolire il memore vostro affetto per lui, di cui giustamente vi gloriate, se pensassi anche lontanamente a ridirvene le vicende biografiche, quasiché voi ignoraste una parte, la migliore, del vostro cuore, la storia d’una vita che è la vostra vita.
Non è con questo intendimento che ho accettato per stasera l’onorevole incarico. Comunque non mi sentissi la forza fisica e tanto meno quella intellettuale per rendermi degno del cómpito assunto, ho accettato per deporre un fiore, sacro ad una riconoscente amicizia, sovra un altare più che sovra una tomba, e per affermare anco una volta come soltanto è morte apparente quella di chi risorge più che mai vivo nell’affetto e nella stima dell’universale. Lasciamo dunque ai resocontisti dozzinali, privi d’ogni intelletto d’amore, l’arida forma della cronologia e cerchiamo invece di elevare il nostro cuore verso quelle plaghe serene dell’arte, donde il caro maestro trasse le più nobili ispirazioni. Con questo metodo, che mi sembra il più razionale ed ossequioso scopriremo il nesso logico che ha sempre avvinto l’opera all’indole del musicista e che ha fatto dire con molta onestà di giudizio a un critico illustre che il Pinsuti fu vero e valentissimo artista e insieme, nel più alto significato dei vocaboli, un galantuomo ed un gentiluomo.
Certamente a quest’eclettismo del sentimento la mente giovanissima del nostro maestro venne educata dal padre di lui, Giovan Battista, e dall’insigne Cerracchini; ma se a nove anni egli eseguiva con mirabile aggiustatezza di espressione le classiche opere di Thalberg e di Chopin ed entusiasmò i pubblici di Perugia e di Roma, è facile discernere che qualche cosa di ereditario, di atavistico doveva essere nell’ingegno suo, e che non soltanto al magico potere dell’affetto paterno noi dobbiamo il prodigio di quel fanciullo musicista, ma ad un nonsocché di fatidico che, imponendosi alla sua esistenza, gli dischiudeva il fiorito sentiero della gloria.
E non è forse una invidiabile carezza del fato l’amore quasi paterno ch’egli seppe col suo ingegno e colle doti soavissime del cuore gentile ispirare a Lord Drummond? Non lo è del pari la fortunata guida ch’egli trovo a Londra nello illustre violinista Potter? Non è stata per lui la più invidiata delle fortune – e colla quale ha confortato l’ingegno suo robustissimo – l’amicizia e la grande simpatia che l’immortale Rossini ebbe per lui; simpatia che – a detta d’un giornale bolognese di quel tempo – aveva per base l’apprezzamento di un ingegno eletto, qual era appunto quello del Pinsuti?
Dimmi con chi stai e ti dirò chi sei. Né la virtù assiomatica di questo vecchio proverbio s’ebbe mai applicazione più nobile, più giusta di questa, imperocché le doti precipue della musica del sommo maestro si impersonarono nella fantasia entusiasta dell’alunno così, che se nelle opere di costui non si riscontrarono poscia le poderose impronte che erano proprie di quel genio unico e divino, è forza convenire che vi sono sviluppati con penna sicura, con rarissimo acume, i precetti immortali d’un’estetica che non s’insegna, ma si trasfonde, d’un gusto che non si spiega, ma s’intuisce.
È appunto per l’efficacia di codesti precetti che il Pinsuti ha potuto stampare orma sicura di sé nel vasto campo della scienza musicale. Egli n’ebbe a conoscere per profondo studio le molteplici forme tanto che, oltre al compimento delle proprie opere magistrali, poté con serenità di giudizio, con calore di entusiasmo apprendere e bearsi alle vaghezze di quelle altrui. Così egli si è reso superiore a tutte quelle meticolose piccinerie, a quelle invidiuzze pettegole dei mediocri, i quali ripetono dalla propria ignoranza la precipua fonte delle loro noie, della loro incontentabilità, dei loro sconforti.
Errerebbe quindi a partito chi giudicasse Ciro Pinsuti in materia d’arte un esclusivista, un intransigente, un antiquato. Perocché nessuno godeva il sovrano benefizio di poter discernere il buono dal cattivo, il bello dallo antiartistico al par di lui.
Egli, avendo attinto alla pura sorgente dei classici la sicurezza delle proprie convinzioni, era più d’ogni altro al caso di giudicare dove il genio realmente si manifestava e dove, al contrario, da taluni con arti ciarlatanesche si tentava di insidiare la buona fede del pubblico e quello che è peggio di fuorviarne il buon gusto.
E così – egli il buono, il generoso per eccellenza – odiava il gregge degli imitatori servili, degli ammiratori per interesse o per progetto, i cosiddetti feticci incompresi ed incomprensibili della musica e, in compenso, godeva per sincera esultanza tutte le volte che questi o quegli, che importa dell’una o dell’altra scuola?, dimostrava in qualche opera d’arte serietà di propositi, magistero di forma, libera o ad arte trattenuta ispirazione melodica.
«Lasciamo – egli pensava, diceva e scriveva – che gli illustri compositori tedeschi adottino in preferenza lo stile declamato, invertendo qualche volta le parti, cioè assegnando all’orchestra la parte vocale e alle voci la parte di qualche strumento d’orchestra.
Noi sentiremo sempre ben volentieri le loro opere, le ammireremo, anzi le studieremo, facendo tesoro di tutto il buono e bello che vi si trova... senza però imitarle. Perocché è un dovere per i maestri italiani di scrivere melodicamente, se pure non vogliano rinnegare la loro nazionalità e le antiche e gloriose tradizioni della bella scuola italiana.
Non ripudiamo le buone e giuste riforme importate dall’esperienza degli uomini e dall’epoca in cui essi vivono; anzi siamo i primi ad accettarle. Ricordiamoci però che, tolta la melodia, la musica diviene matematica».
Tutto questo parmi tanto più vero quanto più mi sembra rifulga dalle stesse composizioni del nostro maestro. Il Pinsuti traeva la varietà della sua brillante gamma musicale dalla stessa varietà degli entusiasmi che provava, così appunto come in tutta la sua musica è facile di scorgere riflessa l’immagine della sua variatissima fantasia.
La prima Messa a tre voci e organo, nella quale la mente del diciottenne pianista si librò alle quiete e solenni inspirazioni, direi quasi d’un ascetismo musicale, gli dischiuse la splendida carriera della composizione.
D’allora in poi non fu per lui che una serie non interrotta di geniali creazioni e quel che più conta di severissimi studi.
Ed egli talora intuona soavissimamente: Il canto della mia amata; tal altra s’inebria alla voce della Nilson e le dedica la ormai popolarissima Giovane fioraia, mentre quasi inconsapevole del proprio avvenire si ritempra nei classici e si prepara alla grande composizione e insieme eleva, pietra a pietra, quell’insigne monumento di musica da camera, che gli concede la gloria e l’agiatezza.
A questo punto nessun ostacolo si oppone più allo slancio impetuoso di quell’anima ardente.
Il Mercante di Venezia, una delle opere più insigni del teatro melodrammatico contemporaneo, passa di trionfo in trionfo e attesta, con traccia luminosa, della vigorìa del compositore.
Il Mattia Corvino s’impone al pubblico meticoloso e severo della Scala e lo determina all’entusiasmo, e finalmente – per non uscire dal ciclo delle opere teatrali – la Margherita, festeggiata ovunque è apparsa, per la sua struttura organica, per la esemplare concordia, ond’è ammirevole, del concetto musicale con le esigenze della drammatica, rappresenta, non stento a dirlo, il vero e proprio testamento artistico del compianto maestro.
Né mai vita d’uomo di cittadino e d’artista ha così giustamente corrisposto alle splendide promesse d’una prodigiosa precocità infantile.
Il solo Mozart, credo, ha ricambiato con opere immortali le materne carezze, che a lui, divino fanciullo, prodigava la sacra maestà di Maria Teresa!
Così nel sonante Inno inaugurale che il Pinsuti detto per la Esposizione di Londra è facile – agli uomini di cuore – di scorgere come l’anima tutta del compositore italiano si sia trasfusa in quella musica inspirata, quasi dovesse attestare della di lui gratitudine verso la generosa nazione che l’aveva accolto e onorato, verso l’illustre mecenate, che con paterno affetto previde e provvide alla sua gloria.
Ma io che parlo del caro maestro, dalla di cui musica traspare nella balda ispirazione la severità d’uno studio indefesso; io che vorrei trasfondere nel vostro cuore tutto l’entusiasmo che suscita nel mio la rimembranza di una vita tanto feconda di bene e tanto dignitosa, non posso però lontanarmi da un fantasma di fanciullezza, che, correndo a lui, mi si impone di continuo al pensiero e che con due visioni, l’una lieta e l’altra, ahi!, ben triste, inizia e chiude la parabola di quella cara esistenza.
È la bocca rosea del piccolo Ciro, inconsciente della propria virtù, che vedo sorridere là in quegli affollati teatri di Perugia e di Roma, in mezzo al tripudio degli applausi, al delirio delle acclamazioni.
L’altra invece – atteggiata a mestizia e pronta al pianto – è quella d’un altro bambino, che dopo essere accorso gaiamente nella stanza del maestro, per offrirgli il solito mazzolino di mammole, torna tutto tremante alla madre, le dà un terribile annunzio e le addita il cantore morente!
Oh! lasciatemi, lasciatemi chiudere le mie povere parole con questo pensiero!
Tanto più che egli ha, nelle sue volontà estreme, provveduto coll’efficace commento di un largo e generoso legato, perché i giovani del suo paese nativo, studiosi di musica e promettenti, venissero confortati di sussidio e d’incoraggiamento; si facessero largo tra la folla e stampassero orma sicura in quell’arte ch’egli ha, con vera ebbrezza d’amante corrisposto, adorata.
Spetta dunque a voi, giovani, di esaudire il suo voto. Ed a voi egli scenderà – com’ebbe a scrivere con indicibile soavità di concetto nel proprio testamento – scenderà sulle ali dello spirito immortale, per porvisi accanto, per infondervi coraggio e per darvi conforto, poiché parimenti egli vorrebbe proteggere coloro che soffrono e coloro che lottano!
Parla il maestro Agostino Sauvage
a nome e per incarico
del R. Istituto musicale di Firenze
Signori, In nome dell’Accademia del R. Istituto musicale di Firenze, in nome dell’Istituto medesimo e del suo illustre presidente marchese Filippo Torrigiani che oggi ho l’onore di rappresentare a questa mesta solennità, io porgo, commosso, un saluto alla memoria del maestro commendatore Ciro Pinsuti.
Che il cuore di amico, e l’affetto di collega possano animare queste mie poche e disadorne parole.
Quale valoroso musicista e quale uomo integerrimo fosse il Pinsuti non occorre ora ripetere, dopo quanto dissero di lui i chiarissimi ingegni che qui avete uditi, e a Firenze il Biaggi ed altri, che alla improvvisa scomparsa di lui trovarono parole ugualmente dettate dalla mente e dal cuore.
Mi sia permesso soltanto di rammentare ancora alcune sue qualità che maggiormente lo rendevano prezioso, oltreché all’arte, alla nostra Accademia e al nostro Istituto musicale.
Ciro Pinsuti visse in un tempo in cui la maggioranza dei musicisti e dei critici, da una parte, levava in alto una nuova scuola melodrammatica capitanata dal Wagner, e le tributava lodi ed onori, affettando noncuranza e disprezzo per chi non sapeva ingolfarsi nelle speculazioni metafisiche e nebulose di quella: mentre dall’altra i pubblici recalcitranti alle nuove teorie estetiche mostravano preferire tutt’altra musica, fosse pure l’operetta francese, della quale sopportavano volentieri le volgarità, in grazia della semplicità e della chiarezza, doti precipue delle più belle manifestazioni delle arti.
Fra queste due opposte correnti, il Pinsuti seppe tenersi in quel giusto mezzo che la sua natura d’artista e la venerazione per i grandi maestri dell’arte italiana gl’indicavano. E si tenne ugualmente lontano dalle astruserie dell’avvenirismo, come da quelle volgarità a cui pure il pubblico bruciava incensi. Le sue opere son là ad attestarlo; mai in esse quegli effetti destinati solo a lusingare il gusto dei lubbioni, e mai in esse una frase, una nota, che non fosse degna della scuola italiana; di quella scuola che ha a capisaldi il Palestrina, il Durante, il Leo, e giù giù fino ai nostri giorni una pleiade di compositori sulla cui bandiera fu sempre scritto melodia.
Ed egli sapeva che come nella pittura occorre sempre e necessariamente saper disegnare, così nella musica bisogna saper cantare: e del canto e delle voci egli fece il suo principale studio, e nella sua musica cantò sempre e cantò bene. Né con questo però è alcuno che possa rimproverargli di aver mai trascurato gli artifizi del contrappunto, di cui era padrone, né gli effetti di colorito nel maneggiare quella mirabile tavolozza che è l’orchestra: ma, e al contrappunto, e alla strumentazione seppe dare il posto che loro spetta, seppe tenerli come mezzi e non come fine, né sacrificò mai a quelli l’idea melodica, per la puerile sodisfazione di esser tenuto per musicista profondo!
E queste doti, come varrebbero a rendere ammirabile qualunque musicista, aumentano a dismisura la nostra ammirazione per lui, quando si pensa che ebbe a vivere lunghi anni in un paese straniero, dove si parla una lingua tutt’altro che musicale, dove non si respira ogni giorno, ogni ora, un’atmosfera impregnata di arte, dove non son vive le tradizioni di centinaia d’insigni musicisti come in questa fortunata Italia, e dove era molto facile piegare al nebuloso e all’astruso.
E il Pinsuti non piegò: perché come artista aveva convinzioni, come uomo aveva carattere.
Eletto accademico corrispondente nella nostra Accademia, il 5 novembre 1882, passò poi residente in conseguenza del suo domicilio in Firenze: e il 18 ottobre 1886 fu chiamato dalla fiducia del Ministro della pubblica istruzione a far parte del Consiglio censorio, che è quanto dire, alla direzione del nostro Istituto musicale. In quest’ufficio portò, oltre a quelle doti cui avanti ho accennato, la sua mirabile operosità; ed è facile perciò il comprendere come fosse caro all’Accademia e al Consiglio e quale vuoto lasciasse la sua perdita.
Oltre la stima e l’affetto dei colleghi ch’ei ricambiava sinceramente, egli era pure una garanzia e una fede.
Una garanzia che lui vivente l’indirizzo degli studi non avrebbe tralignato, non si sarebbe mai allontanato da quella retta via che il sentimento vero dell’arte indica, per mettersi negli andirivieni e nelle vie tortuose e senza uscita, in cui pur troppo si vedono ogni giorno smarrire eletti ingegni.
Una fede negli studi seri, in quegli studi, come disse il Verdi, atti ad abituare la mano a seguire il pensiero: una fede nei capolavori del passato, nei grandi compositori che sono e saranno sempre i capisaldi dell’arte.
Ora un tale uomo non è più; e non ci resta che inviare, col cuore in lacrime, un affettuoso saluto alla sua memoria. E ben per noi che quella falange di musicisti che ai tempi del Pinsuti si venne educando all’arte, non è spenta; che quel gusto che allora dominava sovrano non è del tutto scomparso; e ce ne è prova non dubbia la scelta fatta della musica che stasera si eseguisce, e più, della Messa del Cherubini, di quel grandissimo fra i compositori di musica sacra italiani, a render più solenni l’esequie che al compianto maestro la sua patria diletta decretava.
Che la sua memoria e le sue opere possano rafforzare e tener viva in noi quella fiamma vera dell’arte, quella fiamma che fu la sua vita!
Che la sua memoria possa esser guida alle generazioni di giovani musicisti che sorgono, e che sorgeranno; che ella tenga loro sempre vivo in cuore l’amore dell’arte, e che i loro occhi possano esser sempre rivolti a quei capolavori, a quei grandi maestri che il Pinsuti venerava; e che tennero alto, per secoli e in tutto il mondo, il primato della musica italiana!
L’opuscolo, da cui abbiamo trascritto integralmente i testi della commemorazione del 10 aprile, fu stampato, non sappiamo esattamente quando, ma sicuramente nei mesi immediatamente successivi a Firenze a cura di Erik Lumbroso, su incarico della famiglia Pinsuti. A lavori probabilmente iniziati, ma non prima del 3 maggio, si registra un intervento del Comune per l’inserimento dell’epigrafe appena scritta dal professor Stocchi. Si ignorano però i termini di tale partecipazione se non, forse, per la copertura di una eventuale differenza di spesa e per il numero totale delle copie probabilmente aumentato54.
Precedentemente alla data indicata del 3 maggio il Comune risulta estraneo all’operazione, tanto è vero che nella corrispondenza tra l’Orlandini e il Lumbroso del 13 e del 18 aprile, non si fa alcun cenno all’iniziativa55.
Dell’organizzazione e della cerimonia in generale furono molti e concordi gli attestati di stima per il Comune e per il Sindaco Orlandini, ne riportiamo uno per tutti, quello della famiglia Pinsuti, inviato il 12 aprile con una lettera firmata da Vittorio e da Domenico Pinsuti:
«Onorevole Signor Sindaco di Sinalunga. La vivissima commozione da noi provata per lo splendido attestato di stima e di affetto verso il nostro caro estinto che cotesto Onorevole Municipio volle rendere alla memoria di Ciro Pinsuti con solenni pubbliche onoranze, le dimostri, Eccellentissimo Signore, la gratitudine immensa che noi avremo sempre verso di Lei e verso l’Autorità rappresentativa di questa così affettuosa popolazione.
Nel cuore di essa sono scese gradite le dolci melodie del Maestro perché vi hanno trovato vivo il culto d’ogni cosa bella e quindi ferventissimo anche quello delle glorie paesane.
Con animo perennemente grato abbiamo l’onore di segnarci della S.V. Ill.ma Devotissimi»56.
Alla commemorazione seguì un’appendice, peraltro già prevista da una delibera del Consiglio comunale, relativa all’intitolazione di una strada al grande maestro (le targhe stradali in ceramica furono fatte dalla Ginori di Firenze57), ed all’apposizione di una lapide ricordo, come abbiamo accennato, sulla facciata di quella che fu la sua abitazione sinalunghese. La lapide fu scoperta alle 5,30 del pomeriggio di domenica 17 giugno 188858.
A causa di quelle che furono, probabilmente, incomprensioni o dimenticanze, abbiamo oggi un carteggio tra il Comune ed il professor Stocchi che ripercorriamo per semplice curiosità59.
Il 16 aprile 1888 viene inviata a «l’Onorevole Prof.e Giuseppe Stocchi, Roma», una lettera di ringraziamento dal Sindaco Orlandini.
«Anzitutto sento il dovere di porgerLe i più sinceri ringraziamenti per le belle Epigrafi da Lei dettate nella circostanza dei solenni Funerali che questo municipio deliberò e fece eseguire il dì 10 corrente in commemorazione e onoranza dell’Estinto Concittadino Mº Comm. Ciro Pinsuti, e ciò dichiaro di fare con la prima parte di questa mia.
Con questa mi prenderei la libertà di darLe un nuovo incomodo, relativo sempre al med.mo soggetto. Colle onoranze, e il nome di Ciro Pinsuti a doversi fare ad una delle Strade esistenti del Paese, il Consiglio stabiliva che all’esterno della Casa d’abitazione della Famiglia Pinsuti dovesse apporsi una lapide del di cui contesto affiderei a Lei l’incarico. Per di Lei norma è bene sapersi che il Mº Ciro in questa casa non ebbe per verità storica i suoi natali, ma vi fu portato dopo pochi giorni dalla nascita: per il resto sarebbe mio avviso che la detta Memoria, insieme all’Individuo che si vuole indicato all’esempio altrui, rammentaste anche l’abnegazione e lo slancio quasi profetico di Gio: Batta di lui Padre che seppe destaccarlo da sé e dalla Madre aiutandone l’avvenire: direi che la lapide più singolarmente tratteggiasse fatti intimi e relativi al Paese di nascita del rammentato, cosa di cui ha fatto la commemorazione. Sono poi queste mie semplici e particolari idee di cui lascio l’apprezzamento alla S.V. Ill.ma di me più competente, nel tempo che occorrendoLe schiarimenti e notizie mi dichiaro della S.V. Ossequientissimo». La risposta dello Stocchi non si fa attendere e due giorni dopo risponde con entusiasmo da Roma dove ricopre un importante incarico presso il Ministero dell’Istruzione:
«Ill.mo Sig: Sindaco. Non accetto soltanto la commissione che alla S.V. Ill.ma è piaciuto di affidarmi, ma vivamente la ringrazio della preferenza concessami, alla quale io mi studierò di corrispondere il meno imperfettamente che mi sarà possibile, affinché meno indegno dell’estinto riesca il titolo da apporre sulla sua casa.
Assennate e convenienti sotto ogni riguardo mi sembrano le idee manifestatemi dalla S.V. intorno all’indole e allo scopo del titolo in parola; onde mi parrà grata cura il conformarmivi pienamente.
Le notizie che mi occorrono all’uopo sono:
1° La data precisa della nascita di Ciro;
2º Il mese o almeno l’anno della sua partenza per l’Inghilterra;
3º Il nome e cognome del suo protettore;
4º Le dimensioni precise della lapide.
Per ora non credo che possa occorrermi altro: se, nell’abbozzare il lavoro, mi si affacceranno altri bisogni, mi riserbo di sollecitare l’appagamento dalla cortesia della S.V.
Grato pel gentile ringraziamento alle mie povere epigrafi, mi permetto di pregarla a compiacersi di farmi inviare qualche copia della raccolta avendo io dovuto cedere ad altri l’unica mandatami.
Con piena osservanza. Devot.mo Gius: Stocchi»
La raccolta di cui lo Stocchi richiede qualche copia è con molta probabilità l’opuscolo stampato dal Comune per il giorno della commemorazione.
A seguito di questa lettera l’Orlandini si appunta una risposta schematica:
«1º – Nascita 9 Maggio 1828
2º – Partenza per l’Inghilterra con la Famiglia
Drummond il 24 Aprile 1840
3º – Il suo protettore fu Lord Henry Drummond
4º – Qualsiasi dimensione m 1,45 per 0,75
per lo scritto»;
poi, preso da un dubbio, scrive una richiesta formale (o almeno così sembra visto che usa un foglio di carta intestata del Comune che poi allega al fascicolo Stocchi) all’Arciprete di Sinalunga circa la data di nascita di Ciro Pinsuti:
«21 Aprile 1888. Sono tenuto alla ben nota gentilezza della S.V. se in piè della presente si compiace indicarmi la data precisa di nascita del fu Commendatore Maestro Ciro Pinsuti fu Giov. Batta e fu Maddalena Formichi perché ritrassi che quella esistente in questo Comune (9 Maggio 1828) sia errata».
La risposta dell’Arciprete è scritta sullo stesso foglio come richiesto dal Sindaco:
«L’Epoca di nascita del Commendator Ciro Pinsuti è precisamente quella che trovai indicata nei Libri di cotesto Comune, 9 Maggio 1828 come resulta dai Registri dei nati di questa Parrocchia di S. Martino.
L’Arciprete Don Angelo M.»
Il 5 maggio successivo, anche se i tempi per la corrispondenza con Roma sembrano incredibilmente brevi, l’epigrafe fu commissionata all’incisore Cesare Soldatini di Siena con una serie di raccomandazioni tecniche, che potremmo definire curiose, dal momento che venivano fatte ad uno che di mestiere faceva l’incisore; ed ancor più le precauzioni che andarono a coinvolgere un famoso scultore dei tempi.
«Perché [la lapide] sia scolpita in marmo in caratteri incastonati in piombo per conto e a carico di questo Municipio vi rimetto la unita epigrafe che dovrà essere collocata all’esterno della casa Pinsuti in questo Paese. Per vostra regola le dimensioni date all’autore per la lastra da comprendere la scrittura furono di m 1,45 per 0,75.
La fascia che deve circoscrivere l’epigrafe deve essere dai dieci ai dodici centimetri.
L’autore poi vuole che il marmista rimanga fedelissimo esecutore dell’originale da non permettersi la più lieve mutazione sì nella disposizione dei versi, né nella grafia delle parole. Per l’assicurazione di tutto ciò mi sono fatto ardito di rivolgermi al Sig.re Professore Cav: Tito Sarrocchi amico dell’autore pregandolo a voler curare l’osservanza delle fatte raccomandazioni. A tale effetto si prega di eseguire in matita sul marmo la inscrizione, rendendone avvertito il predetto Sig.re Professore che sarà compiacente di controllare il lavoro».
Questo il testo integrale della lettera non particolarmente gentile inviata all’incisore. D’altra parte il professor Stocchi aveva scritto: «che il marmista sia avvertito bene a non permettersi la più lieve mutazione sì nella disposizione dei versi né nella grafia delle parole. Bisognerebbe incaricare persona intelligente del riscontro quando l’epigrafe sarà scritta col lapis sul marmo...». Al contrario delle altre missive, questa era stata scritta su un foglio volante, quasi a volerne significare la poca importanza o, forse, a voler ricordare l’ovvietà della cosa.
Nello stesso momento in cui si passava l’ordine al Soldatini (protocollo lettera n. 933), veniva inviata la richiesta di controllo al Sarrocchi (protocollo lettera n. 934), con la quale il Sindaco, dopo aver spiegato il problema... «mi faccio ardito rivolgermi alla S.V. perché» controlli che il marmista «non si permetta la più lieve mutazione nella disposizione dei versi, né nella grafia delle parole».
Tito Sarrocchi rispose qualche giorno dopo accettando con piacere l’incombenza dichiarando che avrebbe fatto del suo meglio.
Tutto sembrava procedere perfettamente ma, passata appena una giornata, l’incisore scriveva al Sindaco per confermargli di aver capito perfettamente le richieste e per comunicargli che nei 75 centimetri assegnati, un verso, e precisamente quello con i titoli delle opere: – Il Mercante di Venezia, Mattia Corvino, Margherita – «non ci entra».
Il Soldatini spiegava anche che «essendo nomi propri che già distintigli à anche lo scrittore, necessita un carattere più grande e per far questo mi occorre almeno 10 cm di più in larghezza».
Due giorni dopo il Sindaco autorizzò il Soldatini ad allargare la lapide (visti i tempi deve aver preso la decisione in modo autonomo, senza contattare lo Stocchi), purché conservasse le «proporzioni della forma quadrilatera della pietra». Il concetto potrà forse sembrare complicato, ma l’incisore deve aver capito perché i lavori ripresero, il Sarrocchi fece i suoi controlli ed in tempi brevi si giunse al completamento della lapide. Il 17 giugno, come abbiamo già detto, la lapide fu collocata al suo posto. Il costo totale fu di 145 Lire. Tutto sembrava finito con «universale soddisfazione di tutti», senonché, il 15 luglio, partiva da Roma una lettera dello Stocchi indirizzata al Sindaco di Sinalunga:
«Non posso celarle la mia maraviglia per non avere io saputo nulla da cotesto ufficio intorno alla collocazione e allo scoprimento della epigrafe, che ella S.V. Ill.ma commettevami con la sua lettera ufficiale del 17 Aprile decorso (confermandomi poi la commissione con altra del 22 del mese stesso) per onorare la memoria dell’Illustre maestro Ciro Pinsuti, a compimento di analoga deliberazione di cotesto onorevole Consiglio Municipale, e quasi a corona dei “solenni funebri” precedenti, in occasione dei quali io avevo composto altre 5 epigrafi riuscite accette alla S.V., che volle gentilmente ringraziarmene nella prima della Sua lettera ricordate.
Venuto a sapere dai pubblici fogli che lo scoprimento dell’epigrafe, apposta alla casa dell’estinto lacrimato, ebbe luogo aver circa un mese, debba argomentare che cotesto Ufficio stimi di aver sodisfatto ad ogni suo dovere a tal riguardo.
Alla S.V. però non può sfuggire come io non possa stimare soddisfatti i miei diritti. Operaio della penna, e scrivente di questa, io ho naturale e inviolabile diritto alla mercede del mio lavoro.
Per quello commessomi dalla S.V. Ill.ma, il quale a me costò lunga fatica e non meno lungo impiego di tempo, io chiedo la rimunerazione indicata nella Nota qui unita. Non le sembri indiscreto se io prego vivamente la S.V. a farmi ricapitare la somma presso il Ministero della Pubblica Istruzione con la maggiore sollecitudine. Della S.V. Ill.ma Servitore Giuseppe Stocchi».
La nota dello Stocchi ammontava a 300 Lire e non fu facile farla digerire dal Consiglio comunale. L’Orlandini la presentò una prima volta nella seduta del 25 dello stesso mese, ma fu respinta per un vizio di forma, perché non presentata in tempo utile per essere scritta nell’ordine dei lavori. Si discusse però se non fosse stato il caso di considerare tale spesa al di fuori dei costi per le onoranze perché, in fondo, non preventivata. Fu ripresentata altre due volte, fino a che il 1° agosto il Sindaco riuscì a liquidare il debito: «D’ordine di questa Giunta Municipale si rimette a V.S. un Vaglia Postale per L. 300 per prezzo da Lei stessa fatto alla dettatura della Epigrafe commemorativa al Comm.e Mº Ciro Pinsuti, e commessagli per conto di questa Amministrazione. Per regolarità della Contabilità sarà compiacente restituire analoga, regolare ricevuta, di cui sto in attesa».
Con l’adunanza del 26 settembre il Consiglio comunale tirava finalmente le somme:
«Spesa definitiva per i funerali del maestro Ciro Pinsuti £ 3.162,80 + 300 lire per lo Stocchi». La pratica poteva dirsi finalmente chiusa.
Due settimane prima il Sindaco aveva inviato un doveroso ringraziamento a Tito Sarrocchi:
«Occupato da diversi affari d’ufficio involontariamente avevo dimenticato di adempiere ad un atto di dovere verso la S.V. Ill.ma che gentilmente si prestò alla regolare scultura dell’Epigrafe del fu Comm. Ciro Pinsuti in conformità della gentilissima sua 7 Maggio anno corrente. Un ulteriore indugio sarebbe potuto sembrare con ragione, scortesia per parte di questo Ufficio, quindi mentre in mio nome non solo, ma anche di quello della Giunta Municipale porgo alla S.V. Ill.ma distinte grazie, per il disturbo arrecatole, Le faccio altresì le più sincere scuse per il ritardo all’adempimento di questo dovere».
Resta da dire che la partecipazione, anche se marginale, del Sarrocchi potrebbe avere influito sull’idea di realizzare un monumento, al quale peraltro si accenna in alcune carte che però non hanno nessun seguito. Tuttavia due busti di Ciro furono realizzati poco tempo dopo e collocati, uno a sinistra della lapide di cui abbiamo parlato, e l’altro sulla tomba nel cimitero della Misericordia. Esiste anche un terzo busto, molto simile ai precedenti, attualmente collocato all’interno del teatro comunale, proveniente dalla famiglia Pinsuti che lo donò a Sinalunga in occasione dei festeggiamenti per il 148° anniversario dalla nascita.
Di tali busti, molto simili, non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi né, tanto meno, di azzardarne un’attribuzione.
Una traccia da seguire ci viene forse offerta dallo scultore Mario Salvini, il quale il 18 marzo, da Firenze, scrive al Sindaco Orlandini per offrirgli i suoi servigi, giacché aveva saputo da «persone altolocate nell’arte musicale, come il Maestro Prof.r Cartesi ed il Prof.r Biaggi» che Sinalunga «avrebbe innalzato un piccolo monumento in onore del defunto e compianto Maestro Pinsuti».
Il Salvini scrive anche di aver conosciuto molto bene Ciro, anzi di esserne stato amico e, quindi, di sentirsi in grado di eseguire un ritratto somigliante in modo più facile che per altri.
Nella lettera c’è una frase che potrebbe essere la chiave per risolvere il problema: «Intanto le faccio nota che di propria iniziativa il Prof.r Cartesi ha scritto una lettera al fratello del compianto Comm.re Pinsuti perché io venga preso in considerazione».
Il Sindaco ringraziò per l’offerta dicendosi dispiaciuto per non poterla accettare, perché il Comune di Sinalunga «nella regolare ma modesta sua posizione economica non può permettersi» altre spese oltre quelle già sostenute. Poiché i due monumenti furono realizzati su commissione della famiglia Pinsuti, come provano le epigrafi, è molto probabile che siano proprio opera di Mario Salvini.
Concludiamo con una notizia tratta dal verbale delle adunanze del Consiglio comunale del 22 Novembre 1888, relativa ad una lettera del maestro Gaetano Trapani di Scrofiano, con la quale accompagnava un suo componimento dal titolo Marcia Ciro Pinsuti, perché si presta ad interpretazioni diverse e perché sembra dare continuità ad una ricerca che potrebbe altrimenti considerarsi esaurita.
Il Trapani chiedeva «l’assenso alla dedica che ne vorrebbe fare al Comune nostro che fu Patria del prelodato Sig.re Maestro Pinsuti»; ed il Consiglio «all’unanimità di voti conferma la lettera di ringraziamento già fatta dal Sindaco in data 21 Ottobre perduto, e rinnova i propri ringraziamenti per l’offerta dedica e gentile pensiero che l’ha suggerita», ma dichiara di non poter concorrere a «qualsiasi spesa diretta ad agevolare il corso della pubblicazione del detto componimento musicale offerto dal prelodato Maestro Trapani, anche perché vincolato dal disposto della Legge»...
[ da: A. Guastaldi, L. Mazzetti, Ciro Pinsuti
in 'Musica e musicisti al tempo di Ciro', Quaderni Sinalunghesi, Anno XIII, nº 2, dicembre 2002]
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