Inquadramento storico
Prima di proporre ai nostri lettori l’intervento dell’architetto Boccia nel quale il progettista illustra le problematiche e le soluzioni adottate per i lavori di recupero e restauro funzionale del Teatro Comunale “Ciro Pinsuti”, che tengono conto delle finalità enunciate dal Sindaco nella sua introduzione, cercheremo di ricostruire i caratteri del contesto urbano di Sinalunga nella seconda metà del ’700, periodo in cui il Teatro “Ciro Pinsuti” ha visto la sua origine, con il supporto di interessanti documenti custoditi nella Sezione Storica dell’Archivio Comunale. Dunque Sinalunga com’era?
La genesi dello spazio urbano ed in particolare del centro storico di Sinalunga, di cui il Teatro “Ciro Pinsuti” è senza dubbio uno degli elementi essenziali, va ricercata nelle innovazioni profonde riconducibili al periodo medioevale ed all’affermarsi della società comunale, con il proliferare di città e borghi, che proprio nella nostra regione ha visto il suo massimo splendore. La valenza culturale, sociale ed economica del tessuto urbano che andava formandosi nell’xi secolo è stata tra l’altro così ben idealizzata nelle bellissime immagini che Ambrogio Lorenzetti ci ha lasciato negli affreschi degli “Effetti del Buongoverno” nel Palazzo Pubblico di Siena, laddove inserisce il Comune medioevale nel contesto di un ordinato paesaggio agrario e collinare dove sorgono ovunque borghi fortificati, che ancora oggi in molti casi mantengono gli elementi essenziali che li hanno caratterizzati.
Le principali innovazioni costruttive comuni alle città ed ai borghi medioevali possono essere così sintetizzate:
– Gli edifici pubblici e privati sono ravvicinati e formano un organismo complesso fortemente individuato, che offre dall’esterno una veduta riassuntiva ben leggibile. L’unità non deriva da una rigida geometria costruttiva (che aveva caratterizzato le città antiche e che distinguerà successivamente le città rinascimentali), ma dal perfetto adattamento nel tempo dei suoi elementi fondanti: le strade, ad esempio, sono variamente conformate per una serie di funzioni a servizio della collettività: pedoni, carri ecc...
– Il carattere chiuso e privilegiato del borgo medioevale ha come conseguenza la concentrazione: la città occupa uno spazio il più possibile ristretto, il centro è il luogo più ricercato, gli edifici crescono in altezza e la sagoma dominante è quella degli edifici pubblici (palazzi civici, chiese con rispettive torri e campanili). Le mura sono l’opera pubblica più curata e, spesso, più dispendiosa; seguono il tracciato più breve per circondare la città, adattandosi alle costruzioni e alla conformazione del terreno.
– Il dinamismo dello sviluppo conduce ad un assetto sempre incompiuto che noi oggi fatichiamo a percepire perché le forme delle nostre città e paesi, come le conosciamo, sono frutto di successivi interventi e trasformazioni.
L’attuale assetto urbanistico di Sinalunga è il frutto dei lavori relativi alla costruzione della Collegiata. L’eliminazione dei resti della rocca e della porta ad essa connessa, la perdita del tratto di mura compreso tra la rocca stessa e la “Porta del Ponte” (nei pressi della discesa verso la Fonte del Castagno) e lo spiazzo pianeggiante e libero sul davanti della nuova chiesa, modificarono il fulcro della struttura medioevale. Restava invariato il caratteristico impianto ovoidale duecentesco2, tagliato a croce dai due assi viari principali, alle cui estremità si trovavano le quattro porte del castello: Porta ad Mensulas (addossata all’attuale auditorium di S. Lucia); Porta del Ponte (come già detto nei pressi della discesa che porta alla Fonte del Castagno, unica fonte pubblica all’epoca del castello medioevale); Porta S. Marco (nelle immediate vicinanze della rocca se non addirittura parte della stessa); e Porta dei Nelli3 (al termine dell’attuale Via dei Nelli). Invariata, dicevamo, la struttura del borgo, ma la rottura dell’ellisse nella zona sud-ovest dava ora la possibilità a nuovi sviluppi.
Il primo documento iconografico di questa avvenuta variazione urbanistica ci viene offerto da un dipinto su tela della Collegiata raffigurante S. Caterina da Siena che presenta S. Antonio da Padova col Bambino alla Vergine in gloria. L’opera fu eseguita da Francesco Nasini tra il 1649 ed il 16504 ed è estremamente interessante perché nella parte paesaggistica dell’opera è raffigurata, in modo molto dettagliato pur essendo un particolare di corredo, Sinalunga. Sono passati poco più di cinquant’anni dalla costruzione della Collegiata e le prime case, fuori dall’antica cerchia muraria, si collocano oltre la nuova chiesa a formare la prima bozza di piazza. Sul lato destro della Collegiata, in posizione di raccordo con l’antico borgo, la chiesa di S. Croce (già di S. Martino, all’epoca della rocca) con la facciata appena rifatta. Più in basso la grossa mole del Palazzo Lomeri, costruito nei primi del Seicento ed acquistato dal Comune per la propria sede nel 18695. Non c’è ancora la chiesa della Madonna delle Nevi che verrà costruita alcuni decenni dopo.
Nella seconda metà del Settecento una comunità come quella di Sinalunga, la più fiorente della Valdichiana certamente, ma pur sempre una realtà relativamente piccola, ha la necessità di commissionare ad un architetto lo studio di un intero spazio da realizzare ex-novo rispetto alla tradizione della piazza proveniente dal periodo medioevale. Erano ormai maturi i tempi perché lo spazio urbano si dilatasse, liberandosi dalle semplici geometrie centriste e dalle mura difensive che avevano caratterizzato l’urbanistica per oltre sette secoli. Probabile stimolo a tale necessità innovativa fu l’Editto del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, pubblicato il 18 settembre 1767, con il quale si dettavano regole, essenzialmente in materia di commercio ed attività di produzione, destinate alle Giurisdizioni del Granducato. In particolare, con gli articoli 51 e 526 si decreta la reintroduzione della figura di “Grasciere” (sorta di responsabile del settore dell’alimentazione e di tutti gli annessi ad essa correlati) e sul modo di eleggerli. Con gli articoli seguenti se ne dettano le responsabilità che sono di vigilanza ma anche (e qui sorprende per la modernità) di pianificazione. Ai Grascieri, infatti, viene data non solo l’incombenza di vigilare sul corretto svolgimento dei mercati, sulla qualità e prezzo della panificazione, sul rifornimento continuo di farina e sugli approvvigionamenti in genere, ma anche la responsabilità della pianificazione della produzione connessa in qualche modo all’alimentazione. I Grascieri «...avranno quindi l’obbligo di controllare che vi sia nel territorio un numero di fornai e farinajoli sufficiente», e, nel caso non lo fossero, adoprarsi per trovarne altri.
Dall’Editto di Pietro Leopoldo traspare l’intenzione di stimolare le attività di produzione e di commercio a tutti i livelli, non solo liberalizzando tutte le forme di mercato ma anche dichiarandosi pronti, insieme alle Istituzioni, ad esaminare proposte.
Che le attività commerciali fossero molto importanti per le realtà economiche modeste dell’epoca è piuttosto ovvio, e questa non è la sede più adatta per un approfondimento, tuttavia alcune note in merito potranno aiutare a capire meglio le motivazioni che portarono i sinalunghesi di allora ad impegnarsi fuori da ogni apparente logica moderna.
Alcuni anni prima della pubblicazione dell’Editto, Pietro Leopoldo aveva diviso lo Stato di Siena in due province: quella inferiore, con i vicariati di Grosseto, Massa Marittima, Sovana e Arcidosso; e quella superiore con i vicariati di Casole d’Elsa, Radicofani, Chiusi e Sinalunga. Il nostro centro divenne quindi piuttosto importante e di conseguenza la gente che ora vi gravitava era aumentata. Logico quindi che si cominciasse a pensare, da una parte, di sfruttare la situazione per ricavarne un vantaggio economico, e dall’altra al decoro del capoluogo di Vicariato. Per quanto riguarda i mercati, quello di Sinalunga risale a tempi antichissimi, tanto che nelle memorie si rimanda sempre ad epoche precedenti. Per le fiere invece abbiamo documenti più precisi, il primo risale al 1485, ed è un documento con il quale la Repubblica di Siena concede a Sinalunga il privilegio di fare due fiere: una di tre giorni nel mese di maggio ed una di otto giorni nel mese di ottobre7. La stessa fiera, riconfermata quattro anni dopo, subì una modifica nel 1505 con l’anticipazione della data di inizio al primo sabato di ottobre ed il prolungamento ai nove giorni successivi8. Nel 1686 la comunità sinalunghese ottenne un’altra fiera di tre giorni da farsi alla Madonna di Gallo9. Tale fiera, che assunse importanza notevole per la grande affluenza di pubblico da tutta la zona, fu mantenuta per oltre un secolo e poi trasferita in paese.
Le fiere godevano di particolari esenzioni per attirare i mercanti e, spesso, anche di speciali immunità grazie alle quali anche chi aveva pendenze giudiziarie non doveva temere fermi da parte delle autorità, non solo nell’ambito fieristico, ma anche lungo le strade «...sì nell’andare, che permanere in dette Fiere», allo scopo evidente di richiamare più gente possibile.
Tornando all’Editto granducale, come già detto, fu emesso per dare ulteriore stimolo al commercio, ed i nuovi Grascieri di Sinalunga presero tanto sul serio la cosa che nei primi mesi del 1773 inoltrarono al Granduca una supplica10 con la quale – da consumati diplomatici – , dopo aver fatto un ampissimo giro d’orizzonte che li porta a toccare nell’ordine: la loro figura di ossequiosi e legali rappresentanti di Sua Altezza Reale, l’assegnazione del primato a Sinalunga quale maggiore mercato di tutto lo Stato di Siena e l’efficienza del loro Ufficio, facendo riferimento all’Editto granducale, espongono i problemi che in qualche modo rappresentano un freno allo sviluppo di tale mercato. Problemi in fondo riconducibili tutti ad uno solo: il maltempo. La soluzione: la costruzione di un loggiato per poter fare il mercato anche nei giorni di pioggia. Chiudono sapientemente il cerchio della loro supplica individuando negli avanzi di amministrazione di due anni il capitale necessario alla costruzione, e nell’obiettivo economico individuato, «...renderà molto più il Provento della Piazza e ritrarrà buone Pigioni da qualche Magazzino, che si potrà fare sotto detto loggiato», la motivazione del loro realmandato.
Ricevuta l’approvazione granducale con Rescritto datato 29 giugno 1773, il 12 luglio successivo il Cancelliere di Sinalunga, Giuseppe Costantini, inoltra per rigorosa via gerarchica, attraverso i Quattro Conservatori, il Rescritto11 con il quale si chiede a Sua Altezza il Granduca di Toscana la notificazione ufficiale del progetto.
A causa dei lavori di ricatalogazione dell’Archivio Storico non ci è stato possibile rintracciare il documento che attesta l’approvazione granducale che tuttavia fu positivo tanto che, nel mese di settembre, venne affidato all’architetto chiancianese Leonardo De Vegni12, all’epoca residente a Roma, l’incarico di progettare un complesso, diremmo oggi polifunzionale, da realizzarsi nella piazza del Cassero. Non sono note le motivazioni della scelta dell’architetto (all’epoca il De Vegni non era famoso, l’unica sua opera di un certo rilievo era rappresentata dalla realizzazione del teatro di Montalcino). Al momento non è stato possibile risalire alla lettera d’incarico nella quale si presume siano state formulate le richieste precise del Comune di Sinalunga. Fortunatamente, almeno per quanto riguarda questo punto, la relazione con la quale l’architetto accompagna il progetto è così doviziosa di particolari che ci consente un’agevole ricostruzione della maggior parte dei fatti.
Il De Vegni, sicuramente consapevole che la portata del suo progetto era ai limiti della fattibilità, per un centro non particolarmente grande come quello di Sinalunga e, quasi dando per scontato un tempo di costruzione estremamente lungo, accenna varie volte alla possibilità di una realizzazione in più fasi. Già nella lettera di presentazione annota, rivolto ai responsabili della Comunità: «...quello, che a Loro ed a me deve importare, è che i disegni e in conseguenza di questi la Fabbrica riesca bene, e non che riesca tale in tempo o un poco più lungo o un poco più breve. Cerca di far bene, disse un Savio, che niuno ti cercherà, come tu ciò abbia fatto»13.
Nella parte preliminare, suddivisa in nove punti14, mette al primo posto la motivazione di una così puntigliosa descrizione dei lavori: nel caso fosse morto lui ed anche il suo compagno di studi Francesco Rust, che lo aveva aiutato nell’esecuzione dei disegni e che era perfettamente a conoscenza della globalità del progetto, non voleva lasciare dubbi interpretativi a chi fosse stato chiamato a completare la sua opera, spiegando «...principj e teorie, che ànno mosso e regolato l’Autore, ed in conseguenza di ciò a rilevare il sistema d’architettare del medesimo, senza che per ottener questo debban ricorrere ad una lunga meditazione de’ disegni e delle circostanze per le quali furon fatti». Una lunga relazione, quindi, motivata dalla necessità di non lasciare vuoti interpretativi e per spiegare le ragioni delle scelte progettuali e non per «scrivere un trattato d’Architettura».
Successivamente il De Vegni riporta il problema che è stato chiamato a risolvere: «Fabbricare un portico per fare al coperto il Mercato del grano, cogli annessi di Magazzini, Botteghe, Residenza de’ Grasceri presidenti al mercato, Teatro, etc.» Una richiesta che, per essere sviluppata, necessita di un progetto complesso, tanto che stupisce non poco che possa essere stato realizzato in soli sei mesi.
La notazione del De Vegni è importantissima perché introduce un elemento, che è poi l’oggetto principale di questa pubblicazione, che motiva – laddove ce ne fosse bisogno – lo spazio dedicato all’argomento: il Teatro. La gente di Sinalunga si impegna nel progettare le infrastrutture necessarie alla sua crescita economica ma, nel contempo, dando forse per scontata la riuscita dell’impresa, pensa anche alla sua crescita culturale: il capoluogo di Vicariato lo imponeva. Si potrebbe anche ipotizzare una lungimiranza di ordine architettonico nello sviluppo urbanistico, ma sarebbe sicuramente eccessivo dal momento che, oggettivamente, si deve prendere atto del fatto che il luogo prescelto per la fabbricazione del grande complesso è il più logico, ed anche l’unico, che poteva rispondere alle esigenze di ampiezza.
Sollecitato a fare presto, il De Vegni effettua una prima ricognizione in loco tanto rapida da fargli lamentare la mancanza di dati che gli consentano di poter effettuare i calcoli per le fondamenta: motivo questo della non completezza del progetto per quanto riguarda i locali sotterranei, per i quali l’architetto si riserva una definizione successiva.
Due sono gli elementi che nel progetto non si perdono mai di vista. Il primo è l’esigenza primaria del committente: avere dei locali coperti per il mercato. Ed allora si arriva perfino a calcolare l’altezza dei gradini di accesso al porticato «Tre gradini per salire al Portico, facili ancora alle bestie cariche». Il secondo è l’aspetto economico: l’opera non deve costare troppo. Ed ecco allora che si progettano locali a multiuso temporale: nei giorni di mercato per «...Piazzaioli, Grascieri e Tribunale» (curioso il fatto che si pensa ad un parapetto dal quale, in attesa del giudizio, si può gettare un occhio al mercato); e nei giorni di festa come locali di supporto al teatro, per «...rinfreschi, riunioni, sale di comodo, ecc.» Con lo stesso spirito progetta una cisterna, anzi una «Gran Cisterna che servirà al publico, al Caffè, ed al Teatro, e che s’escaverà senza spesa dovendosi da quel che indica la superficie, trovarsi arena ottima da mescolarsi colla calce». Si tende ad utilizzare tutti i vani possibili, a volte sbilanciandosi con gli apprezzamenti come per dei locali piuttosto angusti da ricavarsi nel sottoscala centrale «Stanze, che verranno sotto sane e comode per Barberia, Sartoria etc.»
Una nota interessante, dalla quale emerge la serietà con cui fu studiato il progetto, è quella relativa alla prospettiva di allargare l’area del mercato alla parte retrostante i portici (dove sono gli attuali giardini del Cassero), suggerendo una sorta di diversificazione merceologica: commercio minuto nella parte antistante i portici (attuale piazza Garibaldi), commercio bestiame e granaglie in quella retrostante molto più ampia, con l’individuazione di magazzini, granai, ecc.
La relazione del De Vegni offre anche la possibilità di conoscere il modo di pensare del tempo, in tema di differenza di classi sociali, puntualizzando che nell’ampia loggia coperta «staranno a veder le Feste e Spettacoli fatti nella Piazza i SS.ri Regj, i SS.ri Rappresentanti, e le Persone più riguardevoli» mentre dal parapetto scoperto sopra i portici «vedranno le Feste le persone meno rispettabili».
Interessanti sono anche alcune digressioni di ordine storico-artistico che si trovano nelle pagine della relazione di corredo, come quella relativa all’ordine architettonico denominato Dorico toscano ritenuto dal De Vegni un doppione del classicissimo Dorico. «[Nel Dorico Toscano] non vi ravviso altro che un Dorico più robusto», e continua, argomentando la sua tesi, secondo la quale questa mania di voler dare a tutti i costi un nome diverso a cose praticamente uguali, porterebbe ad un’infinità di stili di colonne realizzate con leggerissime diversità per esigenze costruttive. Sarebbe un grosso problema, come quello a cui andrebbe incontro un pittore quando, chiamato a dipingere «mille Femmine, serbato il caratteristico, dovrà trovarsi mille diverse forme di Femmine».
Tuttavia, come già detto, il progettista si preoccupa quasi essenzialmente di prevenire eventuali problemi tecnico-pratici derivanti dalla sua assenza nel cantiere, e così, laddove è costretto ad usare abbreviazioni, provvede subito a corredare le tavole con didascalie spesso al limite dell’ovvio: « = significa uguale, : significa rapporto d’una quantità ad un’altra» facendo nel contempo anche gli esempi del caso: « 1=2 vuol dire uno uguale a due, 3:6 vuol dire che sta tre a sei» e via dicendo. In altri casi, armato di buona pazienza, elargisce consigli, a volte con tono quasi paternalistico: «...senza che il Capo Maestro esecutore s’imbarazzi in costruzioni Geometriche, adopri la Regola insegnata da Andrea Palladio al Lib. 1. Cap. 13. della sua Architettura, la quale mi risparmio descrivere potendo egli vederla in alcuna copia di tal Libro, che so, che costì si ritrova, né d’altro più l’avverto, se non che la Righa, di cui si servirà, sia in legno di Fibra uguale, per lo ché sarà ottima, se di legno d’abete di fibre strette». Oppure in modo più fermo: «Se l’esecutore intenderà quanto dovrebbe la Geometria almeno pratica per fare i modini occorrenti in legno, dalle linee punteggiate, che vi son segnate, intenderà, tutta la costruzione; e così potrà copiarli colla Riga e Compasso: se poi no, potrà diligentemente ritrarli lucidandoli in una Carta unta con l’olio di sasso, il quale fatta che sia l’operazione, se si scaldi al fuoco, svanisce lasciando la Carta opaca co’ segni fattivi o coll’inchiostro o col lapis; e riportandoli nel legno, applicandovi la Carta diligentemente contornata colle forbici, il quale metodo per un’artista sarà il più breve e il più sicuro.»
Ma inframezzati a tanti consigli tecnici, ogni tanto, torna con prepotenza il problema della spesa, ed allora, per esempio nell’affrontare la descrizione del porticato propriamente detto, parte da lontano: «...la larghezza de’ Portici da Greci e da Romani, ed ancora dai migliori moderni specialmente quando ànno servito alle Piazze giudiziosamente s’è fatta per lo più eguale all’altezza delle Colonne, e talora anco il doppio di più; e di tali dimensioni sarebbe piaciuta ancora a me...» ma poi arriva al punto: «...ma per maggiore economia, la quale è sempre avuta in vista in tutto il disegno, mi son contentato di ristringerla a quanto bastasse a potervi fare comodamente i mercati; lo che è l’oggetto principale di questa Fabbrica». Il mercato coperto, con tutti gli annessi del caso, è quindi l’elemento fondamentale dell’opera. Pur tuttavia il teatro non è un orpello, non è un per di più e non è neppure uno spazio opzionabile: nel senso che se non va può essere adattato alla bisogna. Il teatro è parte integrante dei portici, e ad esso il De Vegni dedica molto spazio progettando, oltre al teatro vero e proprio, anche i locali di servizio e di supporto, spesso destinati ad accogliere altre attività nei momenti in cui non sarebbe stato in funzione. Un progetto insomma che, nella sua globalità, può essere paragonato con estrema concretezza ai modernissimi centri commerciali polivalenti, nei quali le aree di vendita sono servite da aree (spesso maggiori) di servizio e di aggregazione.
Al teatro è dedicata molta cura, più che a tutto il resto. Nella progettazione della platea e dei palchetti, per esempio, il De Vegni è molto attento alla fruibilità del pubblico, rifacendosi ai migliori esempi dell’epoca: «...questa per quanto nella costruzione de’ Teatri moderni s’è praticato fin’ora è la migliore maniera di dividere i Palchetti, acciò gli spettatori da qualunque punto di essi vedano più che si possa le azioni del Palco delle Scene, e ne dobbiamo l’invenzione a Fabbrizio Carini = Motta, com’egli asserisce al Cap.13 del suo Trattato sopra la Struttura de’ Teatri e Scene stampato in Guastalla il 1676., il quale ancora è stato l’inventore di tante altre cose riguardo a’ Teatri, che quasi da tutti si credono invenzioni de’ tanto decantati Bibbiena. Io non v’ò fatto altro di mio, se non che invece di attondire a mano, com’egli fa l’angolo q, che sarebbe di qualche incomodo restando rettilineo, v’ò applicata una mezza parabola come sopra, che a un di presso presta lo stesso servizio, e rende la costruzione più Geometrica e più elegante. Moltissime ragioni potrei addurre della preferenza, che io do sopra le altre a questa maniera, conforme avrei potuto fare anco sull’avere scelta per la figura della Platea una parte d’Ovale composta di porzioni di cerchj più tosto, che d’un ellisse o d’altra curva regolare, e sù molte altre cose: ma, come dissi altrove, qui la mia invenzione è non di scrivere un Trattato di Architettura, ma solamente di dare un’istruzione sufficiente per l’esecuzione de’ miei disegni.»
Ed ancora, e qui ritorna il cruccio per non poter dare pieno sfogo alla sua fantasia: «Sopra il Palco del Sovrano non dovrebbe permettersene altro: ma ne’ Teatri, dove, bisogna passar sopra a qualche licenza, purché sia prudente...».
Non manca neppure un serissimo studio dei dettagli: «...e gli angoli de’ Palchetti dove non possono adattarsi sedili, si potranno fare delle cantoniere a palchi parte chiuse e parte aperte per riporvi manicotti, cappelli, sopravvesti, mantiglie posarvi chicchere, e nel piano superiore il lume; dove posato illuminerà a meraviglia con una luce quieta ed eguale tutto il Palchetto, e non darà fastidio agli occhi, di quei de’ Palchetti opposti.»
Non sappiamo se i rappresentanti del Comune ebbero la possibilità di seguire le varie fasi del progetto, ma dalla relazione si apprende che videro sicuramente i disegni del teatro. Dalla stessa relazione traspare anche un senso di disagio del De Vegni e una divergenza di opinione con i committenti, ma si direbbe circoscritta a pochi dettagli, per esempio al tipo di volta del teatro: «Per questo soffitto fin da quando alcuni mesi orsono feci vedere parte degli annessi disegni ad alcuni de’ SS.ri Comunisti, m’avvidi che molti di essi mostravano del contraggenio, ed erano portati ad una Volta alla Volterrana; e fin d’allora mi dichiarai, che quel contraggenio, che avevan essi pel soffitto, l’avrei avuto sempre io per la Volta». Una punta di polemica rimarcata, un po’ più avanti, da una frase rivolta ai soliti personaggi che non possono fare a meno di criticare, diffusissimi in tutti i tempi e in tutte le latitudini: «...se per questi si vogliono intendere i veri intendenti, più difficili in questo tempo a trovarsi de’ Cigni neri». Quindi, quasi sicuramente ci fu qualche screzio, altrimenti non si spiega come certi pensieri siano stati scritti in una relazione ufficiale.
Comunque sia il lavoro di progettazione andò avanti. Il Comune sollecitò il De Vegni varie volte tanto da costringerlo a chiedere l’aiuto di Francesco Rust, suo compagno di studi, per la realizzazione dei disegni ed a portarsi dietro il fascicolo anche quando improrogabili impegni lo chiamarono nella sua fabbrica di “Tartari“15 a Bagni S. Filippo.
Nel Gennaio del 1774 erano passati appena quattro mesi dal conferimento dell’incarico al progettista, ma la smania per la costruzione dei portici era tale che si deliberò16 la Direzione dei lavori e si dette mandato per l’acquisto del terreno necessario dalla famiglia Gori. Nel documento, per la prima volta, si fa riferimento specifico al lavoro del De Vegni demandando al Comitato di direzione «...l’approvazione del disegno, che sarà presentato dal Sig.re Architetto a tale effetto eletto, e la provisione e onorario da darsi al medesimo.»
Nell’aprile dello stesso anno il De Vegni presenta il suo progetto ai responsabili della Comunità e da questo momento non se ne sa più niente: nessuna delibera, nessun commento, nessuna contestazione, nessuna lettera di accompagnamento per l’inoltro alle competenti autorità granducali (ma non vuol dire necessariamente che non sia stata fatta) per la necessaria approvazione. Comunque sia, per rimanere ai dati di fatto, il progetto non fu portato avanti. Si potrebbero, ovviamente, fare delle ipotesi in proposito ma forse conviene allinearsi a quella sostenuta da Gabriella Orefice: «...per una probabile sovradimensione culturale oltre che volumetrica, rispetto all’ambito provinciale in cui doveva essere inserito, non fu mai realizzato»17.
Vent’anni dopo, nel 1794, l’Agnolucci riporta la richiesta e relativa costruzione di una casa di fianco alla Chiesa della Madonna delle Nevi, la cosa non rivestirebbe particolare importanza se non fosse per il fatto che ci si preoccupa che la costruzione non “deturpi” la piazza18. Forse i sinalunghesi si erano accorti di aver messo in essere una ristrutturazione urbanistica del loro paese, e vedendo nella piazza il futuro centro di Sinalunga, pensarono bene di trattarlo con tutti i riguardi del caso.
Quattro anni dopo, e precisamente nel 1798, Filandro Feci acquistò dai Gori-Pannilini un oliveto ai margini della piazza del Cassero e, alla guida di un gruppo di privati (Luigi Billi, Filippo Gagliardi e Luigi Agnolucci), che possedevano altri appezzamenti di terra nella stessa piazza, riprese l’idea dei portici «...all’oggetto di creare i Loggiati su detta Piazza per ornamento e vantaggio della loro Patria», come si legge in una memoria19 di cui parleremo più avanti. Si fece fare un progetto sulla cui attribuzione c’è una leggera confusione perché i disegni sono presentati e firmati dall’ing. Francesco Manetti, chiamato anche varie volte a Sinalunga per i sopralluoghi e per la realizzazione dello spiano da farsi nella piazza; ma ogni volta che si parla dei disegni – anche negli atti ufficiali del Comune – si fa il nome di Simone Pagliai: «...disegno esibito dal Signor Simone Pagliai», «...l’esecuzione a forma del Disegno Pagliaj» e così via. Allo stesso Pagliai viene anche assegnata la Direzione dei lavori per le fondamenta e lo spiano, tanto che sembrerebbe un addetto ai lavori senza i necessari requisiti per la firma dei progetti.
Occorre dire che il progetto era decisamente più modesto di quello del De Vegni, e non solo per la parte progettuale. Mancavano: il teatro, le stanze di rappresentanza e tutti gli annessi necessari allo sviluppo del mercato. Probabilmente si cercò di riprendere un sogno nella speranza di poterlo ampliare successivamente.
Nel gennaio 1799 i disegni vennero presentati in Comune insieme alla proposta di partecipazione con la quale i Soci donavano alla Comunità il terreno per l’ampliamento della piazza fino ai portici, gli spazi per i mercati e la possibilità di riscatto di alcuni locali a discrezione delle autorità20. La proposta piacque al Comune, anche se fu ponderata per più di tre anni. Solo nell’agosto del 1802 venne deliberata e data esecuzione allo Spiano a Sterro della piazza. Il costo dei lavori fu di 2.200 Lire fiorentine. «Dopo di che fu proceduto all’escavazione dei Fondamenti di detti Loggiati come sopra ideati, e nell’alzato del Muro che ne doveva formare e sostenere la fronte a contatto della Piazza furono nelle respettive porzioni dei Soci, ed al disotto del piano di detti Loggiati formati diversi vuoti o porte atti a dar luce o accesso ai fondi sotterranei»21.
Dopo questi lavori però, in parte a causa del dissesto finanziario occorso a Filandro Feci e della sua morte avvenuta di lì a poco, ed in parte a causa della situazione politica che la mal sopportata dominazione francese aveva creato nella nostra zona, il progetto fu sospeso e la piazza rimase nella condizione di cantiere abbandonato per molti anni. Lo spiano, fatto con notevole riporto di terra, aveva creato un notevole dislivello tra la piazza ed i campi sottostanti; le opere in muratura non erano state completate, ed il mercato delle bestie, che andò ingrandendosi grazie ai nuovi spazi a disposizione, contribuì non poco al dissesto totale di tutta la zona, tanto da trasformarla in un vero e proprio pericolo. Molti gli incidenti, come quello che accadde il giorno in cui un generale francese si trovò a passare per Sinalunga. Da quello che si racconta, non essendo stato salutato convenientemente, fece caricare la popolazione dalla cavalleria, provocando così la caduta di molte persone lungo la scarpata ed oltre il muro22.
Nel 1816 viene ripresa ed abbandonata l’idea della costruzione dei portici, ma «il Governo ordinò che si desistesse e che il Comune si occupasse di cose più utili»23.
Negli anni successivi (1820-30) Giuseppe Agnolucci, figlio di Luigi, «acquistò la porzione della famiglia Billi e ultimò i fondi sotto il muro dei portici che poi adibì a magazzini, frantoio e filanda».
Nel 1836 si decise finalmente di sistemare la piazza sotto il controllo dell’ingegnere responsabile alla viabilità del Circondario. Furono incanalate le acque che nei mesi invernali ristagnavano nella piazza, e si livellò la stessa con l’utilizzo della ghiaia del Galegno. Nel successivo inverno, a causa di precipitazioni eccezionali, come poi diranno gli esperti, Giuseppe Agnolucci lamentò delle infiltrazioni di acqua nei propri locali: chiese spiegazioni, avanzò interpellanze e quindi fece causa al Comune per i danni subiti. La causa si protrasse fino al 1845 e l’Agnolucci ne uscì sconfitto. È proprio grazie a questa causa, e soprattutto alla relativa pubblicazione degli atti del processo, che questa fase è così ampiamente documentata24.
Parallelamente all’evolversi di questi fatti, a partire dal 1831, il Dipartimento delle Strade e delle Acque del Circondario di Cortona, del quale Sinalunga faceva parte, fece opera di pressione verso il Consiglio Generale della Comunità affinché si provvedesse ad una serie di opere per il miglioramento della viabilità, tra le quali, oltre al già citato risanamento della piazza del Cassero, era anche la costruzione di una strada più agevole per il sottostante borgo della Pieve, già allora importante nodo stradario. Tale progetto, presentato il 24 settembre 183125 dall’ingegner Materassi, prevedeva un nuovo accesso al capoluogo utilizzando, in parte, le strade vicinali esistenti. Dalla prima costruzione del borgo l’accesso a Sinalunga era sempre stato quello dalla Porta ad Mensulas; ed anche in tempi più recenti, pur non passando più dall’antica porta, la via di accesso, dopo aver raggiunto le mura, le costeggiava (per l’attuale Via Ciro Pinsuti) fino a raggiungere la piazza del Cassero. Il fatto quindi che si progetti un percorso estremamente più lungo per la strada di accesso, quando sarebbero state sufficienti due o tre curve per ammodernarla, vuol dire che qualcosa era cambiato nell’assetto urbano: il centro si era spostato e, di conseguenza, anche l’ingresso si doveva spostare. Con questo atto si chiude il periodo di trasformazione urbanistica di Sinalunga aperto, come abbiamo visto, con la costruzione della Collegiata, e concretizzatosi con la “formazione” della grande piazza del C assero.
Progetto porticato n. 2
[da: A. Guastaldi - L. Mazzetti, Inquadramento storico,
in: “Teatro ‘Comunale Ciro Pinsuti’, volume 1” Quaderni Sinalunghesi, Anno VIII, nº 2, ottobre 1997]
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