ASCANIO CELESTINI è nuovamente ospite del Teatro Comunale “Ciro Pinsuti” di Sinalunga, aveva portato il suo “Fabbrica” sul nostro palcoscenico già nel febbraio 2004.
Abbiamo voluto dare avvio alla stagione teatrale 2008/2009 con uno dei suoi ultimi e più rappresentati lavori “LA PECORA NERA Elogio funebre del manicomio elettrico” in coincidenza con i trent’anni dalla “Legge 180” approvata la sera del 13 maggio 1978.
Un evento culturale che però ci permette di proporre ai nostri spettatori alcune riflessioni sui temi della malattia mentale, oggetto di questa ricerca di Celestini sulle storie di “chi ha viaggiato attraverso il manicomio”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2003 ha indicato l’entrata in vigore in Italia della Legge 180/1978 come “uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria”.
La 180, poi nota ai più anche come “Legge Basaglia” (lo Psichiatra di Trieste che ne è stato il teorico ispiratore), non dà specifiche indicazioni normative, ma indicazioni generali, che poi sono confluite nella Legge 833 del 23 dicembre 1978 che istitutiva il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ed afferma alcuni divieti.
Primo fra tutti è sancito il divieto dell’internamento in manicomi e subito dopo il divieto di costruire nuovi ospedali psichiatrici unito alla volontarietà degli accertamenti e dei trattamenti sanitari. Ai malati viene concessa la possibilità di esser ricoverati nei reparti di psichiatria degli ospedali generici ed è inoltre istituito il Trattamento sanitario obbligatorio (TSO), che consente l’imposizione di specifiche cure ai malati di mente “(..) nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione…” (art. 1 L.180)
Si chiudeva simbolicamente un decennio (avviato dal ’68) segnato da accelerati rivolgimenti sociali, da riforme e speranze di costruzione di una società antiautoritaria e capace di distribuire a tutti eguali opportunità e protezioni e che, in questo caso con la Legge 180 ha innescato il processo di cambiamento nella cura della sofferenza mentale.
Altri importanti riferimento valoriali della legge Basaglia sono da riconoscere nell’inserimento della psichiatra all’interno della sanità pubblica generale (prima del 1978 i servizi di salute mentali erano affidati alla competenza delle Province), con la conseguente attenzione al benessere della comunità (prevenzione, cura, riabilitazione), oltre alla promozione dell’inclusione sociale del malato attraverso servizi territoriali, una articolazione personalizzata del trattamento e l’integrazione degli interventi sociali e sanitari in ogni territorio locale.
Tra i principi ispiratori uno ancora sicuramente attuale è riferibile all’affermazione di Franco Basaglia sul “mettere tra parentesi la malattia mentale”, che non vuol certo dire che la “la malattia mentale non esiste”, ma per curare occorre partire dalle conseguenze della malattia sulla persona . che ci sono situazioni in cui non è la malattia la cosa più importante.
E’ la disabilità, la perdita di autonomia della persona che alla malattia si connette; dunque l’intervento riabilitativo deve fare riferimento, in tal caso, anche al “contesto di vita” di ciascuno.
“La cosa più importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile.
Dieci, quindici anni fa, era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Ma noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo” (Maria Grazia Giannichedda, 2005)
Nel corso di questo 2008, a trent’anni dall’entrata in vigore della Legge Basaglia, ci sono stati diversi studi, approfondimenti, interventi che hanno provato a fare il punto sulle molte questioni aperte. Per chi volesse saperne di più ne citiamo una particolarmente interessante effettata dagli studenti dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino (Ifg) di Milano, dal titolo
“La pazzia diffusa. Un’inchiesta a trent’anni dalla legge Basaglia”
Nel lavoro dell’inchiesta è anche presente un’ intervista alla poetessa Alda Merini, quindici anni trascorsi in manicomio: […] “In quel lager ho passato circa quindici anni. Non ci davano da bere, né da mangiare. E non avevamo vestiti per coprirci. Eravamo vittime di umiliazioni e privazioni. Ma, nonostante tutto, in manicomio ero felice. […] Chiusa in quelle mura non ho mai avuto un momento di disperazione. Noi matti non ci lamentiamo mai, nonostante le sofferenze, e ogni sera ringraziavamo Dio. Quelli furono i miei anni beati del castigo.”
La poesia che segue “Terra Santa” dà il titolo alla prima raccolta di Alda Merini, testi scritti e pubblicati dopo la sua uscita dal manicomio: uno straordinario “ritorno alla vita”.
Ne abbiamo scelta un’altra della stessa raccolta, a nostro parere altrettanto significativa.
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Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell'universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro.
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Vicino al Giordano
Ore perdute invano
nei giardini del manicomio,
su e giù per quelle barriere
inferocite dai fiori,
persi tutti in un sogno
di realtà che fuggiva
buttata dietro le nostre spalle
da non so quale chimera.
E dopo un incontro
qualche malato sorride
alle false feste.
Tempo perduto in vorticosi pensieri,
assiepati dietro le sbarre
come rondini nude.
Allora abbiamo ascoltato sermoni,
abbiamo moltiplicato i pesci,
laggiù vicino al Giordano,
ma il Cristo non c'era:
dal mondo ci aveva divelti
come erbaccia obbrobriosa.
Dalla raccolta “La Terra santa”, Libri Scheiwiller, 1984
e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
Sempre quest’anno è uscita una pubblicazione molto particolare ed insolita, scritta a più mani e raccolta da Maria Teresa Battaglino e Cristina Cappelli con il titolo: “ a cura di. Narrazioni e pratiche di un lavoro sociale”, Edizioni Cartman, Torino, 2008
Uno “Zibaldone del lavoro di cura” nel quale si ricostruisce l’esperienza della chiusura dei manicomi nella città di Torino e nella provincia, attraverso i fili del racconto di pazienti ed operatori, tratti dagli Archivi Sociali, patrimonio documentale del Centro Studi e documentazione della Cooperativa Sociale Progetto Muret di Torino, parole e narrazioni che hanno costruito il “filo di ordito” di questo interessante lavoro collettivo che vuole essere di documentazione e memoria di una esperienza significativa di lavoro di cura per la malattia mentale.
Un ringraziamento per la possibilità accordataci dalle autrici, di citare e riportare alcune brevissime parti, perché questo “narrare” non può essere espresso diversamente.
“Adesso la porta
era stata violentemente e
inesorabilmente aperta.
Il portone del manicomio più importante,
quello di Collegno,
era stato aperto a spallate da
un corteo del movimento degli studenti di architettura nel 1968
e da allora non è mai più stata
chiusa, anzi si sono aperte tutte
le altre;
quella del manicomio femminile a
Torino in Via Giulio,
quella di Savonera, quella di Grugliasco.
Sulla scia delle prime proteste
Che nascevano dai manicomi,
anche lì assemblee permanenti di
matti e di operatori critici,
avevano deciso di mettersi
in contatto e collaborare ad
un importante movimento di
liberazione dalla reclusione della
follia.
In queste assemblee i reclusi
prendevano la parola, si
esprimevano liberamente,
coniugavano critica con
proposte”
Tanti sono i pensieri e le preziose parole, capaci di raccontare nella sua essenza e senza banalità il valore del prendersi cura, del farsi carico gli uni degli altri:
“Entrare nella parte interiore di noi attraverso una quotidianità legata al lavoro di cura, a un disagio così particolare come la follia, inevitabilmente ti conduce in dimensioni e in territori che sai come si entra ma non come si esce…”
“Non è solo sensazioni di una esperienza di lavoro, sono sensazioni che vivi a tutti i livelli. La vita e la morte e il prendersi cura sono a tutti i livelli. Quello che ho scritto è quello che ho imparato, che mi è stato permesso di imparare attraverso l’occasione di poter lavorare con loro”
“…chi è riuscito a sopravvivere al manicomio ed è uscito e ha raccontato e ha portato un suo punto di vista, ecco per noi ha rappresentato un maestro di vita…..
“I maestri di vita… spiazzano, sovvertono, mettono in luce lati oscuri, scatenano sentimenti, comunicano il sapere del dolore. Ma anche, aprono mondi possibili, a volte sconcertanti, di significati rovesciati, almeno ai nostri occhi. E imparare l’esistenza di altri mondi possibili, significa stare al loro gioco, accettarli, “vederli”. Includerli nella “piena umanità”
“Invito Mariapaola a entrare nella vasca da bagno, le annuisce tenendo in mano la sua gonna stile Oxford e poi entra nella vasca con una gamba e alla mia richiesta di entrare anche con l’altra lei toglie la gamba precedete e infila quella asciutta, lasciandomi, dopo var tentativi, di stucco”.
“Mi dice con un filo di voce che i corpi astrali sono venuti a prenderla e che le impediscono di muoversi e alzarsi. Mettiamo un alza -coperte nel letto per tenere i corpi astrali più lontani, non sono cattivi a vogliono portarla via per sempre [..]. Finalmente i primi passi e le corso, io a piedi e lei in carrozzina, nei corridoi dell’ospedale per cercare la finestra giusta per vedere la luna”.
Solitudine
Vivo la mia vita insieme ad altre persone, sono un esser umano.
Mi piace stare solo in un angolo, solo, solo, diviso dalla realtà della vita.
Per questo vivo la mia vita aspettando giorni migliori.
Sono un essere umano.
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