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Collana "Quaderni Sinalunghesi"
Periodici di storia e cultura locale editi a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

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La festa straordinaria di San Biagio
Le origini della “Mazza”

La Collegiata di Scrofiano ricca dei suoi “tesori”, così ben descritti nei precedenti capitoli, è dedicata a S. Biagio, patrono del paese, che viene ancora festeggiato dagli scrofianesi con un rituale molto particolare che ha una lunga tradizione e rispetto al quale non si trovano analogie almeno nei Comuni più vicini.
In un documento datato 1991, conservato presso l’Archivio della Collegiata, grazie all’infaticabile opera del suo Parroco, sotto il titolo Memorie concernenti la Propositura e Capitolo di Scrofiano, si legge infatti:
«La caratteristica principalissima della Festa straordinaria di S. Biagio è la cosiddetta mazza; la quale consiste in un Trofeo di forma ottagonale sormontata da una Cupola sul cui apice posa la statuetta del Patrono S. Biagio. È tutt’un assieme di pezzi di pasta di farina di grano e uova, cotta al forno, nell’interno foggiata a modo di tenaglie infilsati in tante spine orizzontali che circuiscono l’asta; e all’esterno confezionati in modo da prende la forma dei varj emblemi delle dignità Episcopali e del Martirio, dei monogrammi di Maria S.S., di cuori e serpolini i quali si fanno rincorrere sulla verzura dei cordonati, che da cima a fondo chiudono i lati dell’ottagono...» Il documento continua con una ulteriore minuziosa descrizione delle modalità di realizzazione e del trasporto del Trofeo.
Nella tradizione dunque la Mazza doveva essere pronta per la mattina del 2 febbraio, veniva benedetta solennemente in Collegiata prima della Messa cantata, e, seguendo ancora il documento, «...interviene il Comitato della Festa, il Corteo della Mazza; il quale si compone di quattro portatori, di sei Alabardieri, e di tre Fanciulli in veste di velluto rosso che si dicono Mazzieri della Mazza, o bastone che portano in mano, sormontato da un pomo dorato, e di un Alfiere con la Bandiera.
L’Alfiere generalmente si fa venire da Siena, e veste il costume della contrada alla quale appartiene; durante il percorso fa giostrare la propria Bandiera. La sede del Corteo, come della Mazza, è la Chiesa di S. Salvatore, ed interviene alla Funzione solenne del due e tre Febbrajo. La Mazza, ossia tutta la pasta benedetta che contiene, si distribuisce al Popolo nella sera della Domenica posteriore al 3 Febbrajo».



la mazza anni 30




(Festone di S. Biagio (anni ’30), gruppo di figuranti con la “Mazza” davanti alla chiesa della Compagnia di San Salvatore.)













Dunque elemento fondamentale nella realizzazione del trofeo in onore di S. Biagio è la pasta di pane in un uso cerimoniale che include la sua consumazione da parte dell’intera comunità alla fine dei festeggiamenti. Nello studio delle tradizioni popolari e dei riti legati sia a feste religiose che all’alternarsi delle stagioni, l’uso dell’elemento del pane assume molto spesso un rilievo particolare che è stato ed è ancora oggetto di studio e ricerca.
Il Pane-Cibo fin dall’antichità è stato l’alimento fondamentale e per questo gli è sempre stata riconosciuta una “sacralità” ed uno spazio rituale e simbolico. Nei contesti e nelle funzioni cerimoniali l’alimento diventa segno ed assume conseguentemente anche forme diverse e simboliche, trasformandosi in Pane-Parola che, come scrive A.M. Cirese (“Il pane cibo e il pane segno” in Il pane, Perugia 1992), «Dice e non serve: rappresenta e comunica».
L’impasto di acqua e farina, che può anche venire arricchito con uova (proprio come nel caso della pasta usata per la Mazza di S. Biagio), diventa materia plastica da modellare per produrre immagini o figure dense di significati, legate ad un mondo reale o immaginario, e che non hanno più alcun legame con il pane-alimento.
Il pane destinato al rito, nella sua struttura formale, si configura anche come ripetitività, come modello che, nel suo ripetersi ciclicamente sempre uguale, corrisponde alle attese, garantisce la continuità, conferma e ribadisce identità e relazioni che ogni volta si rinnovano intorno alla festa. Le forme dei pani cerimoniali hanno inoltre valenza di segno a più livelli: in quanto sono forma particolare e diversa da quella del pane quotidiano; in quanto raffigurano elementi diversi, del reale o immaginario che sia, che intendono rappresentare ed infine in quanto il loro “scarto” dalle forme normali è di per sé testimonianza della festa: quel pane è la festa.
Così tanto l’uso, quanto la forma e la sostanza fanno del pane «per un verso un alimento o sussistenza e per l’altro forma e segno» (A. M. Cirese op. cit.).
Il pane (magari non di preziosa farina bianca come siamo abituati a vederlo e consumarlo oggi), è stato da sempre un prodotto unico per tante civiltà, la prima risposta di milioni di uomini all’elementare bisogno di nutrirsi e dunque di garantirsi la sopravvivenza in quanto specie. Ma c’è di più. Il pane è cibo vitale, è l’elemento ultimo, il risultato di un processo che, partendo dal grano, alla farina ed alla pasta lievitata, trasforma l’elemento primo che l’uomo ottiene dalla terra, a prezzo di dura fatica, in una realtà altra che garantisce la vita proprio grazie all’opera trasformatrice del lavoro. Il grano, dunque, prima ancora del pane rappresentava uno degli elementi della natura capaci di sconfiggere l’opposizione primaria ed incombente tra vita e morte. Da qui il suo essere associato a molti rituali nei quali la vita si impone sulla morte e per questo, al grano ed alla sua simbologia, gli uomini hanno affidato la possibilità di mediare il rapporto con il sacro e di rappresentare la vita e la sua rinascita. Pani e dolci votivi vengono infatti offerti con varie modalità ai Santi nelle feste in loro onore. Il pane della festa non è solo abbondanza, vistosa allegria che scongiura le carestie e propizia il benessere, ma è inequivocabilmente riconoscibile per la modellazione plastica, cui già si accennava, che rimarca la sua funzione simbolica e riassume i significati della festa stessa.
la mazza di scrofiano







(- La “Mazza” di Scrofiano, in una foto degli anni ’70).
- Pane di San Giuseppe, Salemi (Trapani), da “Il pane” a cura di Cristina Papi, Perugia ’92.
- Pane de coiuados noos, Ittireddu (Sassari), da “Il pane” a cura di Cristina Papi, Perugia ’92. )












Anche la Mazza in onore di S. Biagio ha dalla sua origine, così come testimoniato dal documento già ricordato, una chiara valenza segnica. Le figure realizzate con la pasta rappresentano infatti gli elementi caratterizzanti il Martirio di San Biagio, così come riportati dall’iconografia e dalla tradizione religiosa: le graticole ed i pettini con i quali il Santo, perseguitato e poi catturato in Armenia sotto il dominio dell’imperatore Licinio, veniva graffiato; i serpentelli si raccontano invece come posti nella caverna in cui egli era stato rinchiuso. La Mazza è completata con gli altri simboli propiziatori quali i nodi di Maria, i cuori, il verde, i fiori. La realizzazione del pane rituale, il pane della festa, ha dato vita ad un’arte figurativa popolare tradizionalmente diffusa in tutti i paesi dell’area mediterranea e che nelle due isole maggiori: Sicilia e Sardegna, raggiunge, sia per qualità di fattura che per quantità e varietà di esemplari, livelli di specializzazione che ne fanno quella che Cirese ha definito «un’arte plastica effimera».
Il legame della Mazza di S. Biagio con la maggiore diffusione dei pani cerimoniali nelle tradizioni e nella religiosità popolare dell’area del Mediterraneo viene ad essere confermato ancora una volta dalle notizie ricavabili dalla nostra fonte documentale, nella quale l’origine del trofeo viene così riportata: «L’uso di questo Trofeo di pasta dorata a cui il Popolo dà il nome di Mazza, vuolsi introdotto dal Signor Cav. Ottavio De’ Gori, o almeno da qualche suo Antenato, che lo avrebbe copiato da un costume non si sa di qual città (dicesi dell’Isola di Malta o da Maratea) dell’estrema Italia cui ebbe occasione di visitare. Da principio era piccolo tanto che una sola personale era capace di portarlo in Processione, in seguito venne accresciuto per modo che fu necessario fargli una base perché l’uomini potessero più comodamente e decentemente portarlo.»
Occorre comunque osservare che le feste, specie quelle popolari hanno visto processi di modificazione, di trasformazione ed adattamento con il mutare del contesto sociale ed economico di cui sono espressione.
Così anche in Sicilia ed in Sardegna, ma anche in altre regioni quali la Calabria, la Basilicata, l’Umbria, la maggiore e più significativa presenza di pani rituali legati alla tradizione è rimasta in quelle aree dove le feste continuano ancora ad essere particolarmente sentite.
Il “Festone” di S. Biagio e la realizzazione della Mazza, dal canto suo, non ha più la cadenza annuale coincidente con il 3 febbraio, ricorrenza del Patrono, come accadeva quando la maggior parte della popolazione era ancora impegnata nell’agricoltura e dunque la stagione invernale ed il ciclo delle colture ancora sonnolento permettevano ai contadini scrofianesi di avere più tempo libero per l’organizzazione della festa anche oltre la domenica.
Ora che i ritmi quotidiani non presentano più pause di questo tipo, il Patrono di Scrofiano viene sì ricordato ogni anno, ma la realizzazione della Mazza e l’organizzazione del “Festone” è possibile quando il calendario fissa la festa di S. Biagio nel giorno di domenica. Nonostante gli adattamenti sempre più presenti nelle feste popolari tradizionali c’è però, in quelle che prevedono la realizzazione di pani rituali per le cerimonie, una peculiarità rimasta nonostante tutto quasi ovunque invariata. Infatti la consumata abilità e manualità necessarie nella manifattura dei pani cerimoniali vede la donna protagonista quasi assoluta. Queste operazioni, in particolare nella cultura popolare e nella società contadina, rientravano nella sfera di quelle competenze specifiche della vita domestica che alle donne venivano riconosciute ed assegnate per la cura e sussistenza della famiglia, così come per la gestione privata dei rapporti della famiglia con la religiosità e con il sacro. È noto infatti come, anche nelle nostre campagne finché il pane è stato fatto in casa, le donne incidevano una croce nell’impasto e ne tracciavano il segno con la mano come a benedire un cibo di per sé benedetto ed a propiziarne una perfetta cottura, ultimo atto di una trasformazione quasi magica. Dunque un saper fare delle mani delle donne, che così come “generano la vita”, allo stesso modo “danno vita” all’alimento per eccellenza che dalla natura prende la sua origine. Ancora, a proposito della tradizione popolare legata al pane, ricordo che, bambina ancora piccola, era mia nonna che mi ripeteva come fosse peccato buttare il pane e se, mangiando ne cadeva un pezzo a terra, doveva essere raccolto, baciato, ripulito ed in qualche modo riutilizzato – magari per le galline –. Sempre mia nonna mi sgridava se maldestramente poggiavo sul tavolo il pane capovolto rispetto al senso della cottura, “porta male” diceva, ma alla mia testarda insistenza sul perché, non aveva altra risposta che a lei lo dicevano la sua mamma e la sua nonna. Non è certo questo il luogo per farlo, ma se qualcuno ne avesse la curiosità, voglio solo ricordare che questa “credenza”, peraltro molto diffusa, è antropologicamente riconducibile alla correlazione che, soprattutto nella cultura contadina, si faceva tra pane e sole: così, se lievita bene il primo, il secondo compirà regolarmente il suo percorso in alto fino allo zenit, sarà questa la garanzia che la vita potrà continuare. Ancora una volta una simbologia che unisce il pane alla vita.
Ma c’è un altro elemento che riteniamo significativo su cui riflettere. La preparazione dei pani rituali in occasione della festa viene fatta dentro le case e generalmente le donne si riuniscono per queste operazioni. Quando ancora la società non era quel “villaggio globale” di cui si parla oggi, questo riunirsi aveva un’importante valenza sociale perché consentiva di rinnovare ed incrementare periodicamente la coesione del gruppo familiare e del contesto sociale nel quale lo stesso è inserito. Crediamo che questo sia ancora molto vero per la comunità di Scrofiano, perché ancora oggi, nonostante il modificarsi sia delle abitudini di vita che della rigidità dei ruoli all’interno del tessuto sociale e familiare, il pane per la realizzazione della Mazza in onore di S. Biagio è ancora fatto nelle case dalle donne di Scrofiano che si tramandano questa abilità. Queste brevi riflessioni volevano solo fornire alcune chiavi di lettura di una tradizione che arriva fino a noi oggi, ad un passo dal 2000, per tentare di riscoprire significati certo lontani, forse in parte perduti nella memoria delle passate generazioni, ma con i quali crediamo che ogni legame non debba essere reciso.

 



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