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Collana "Quaderni Sinalunghesi"
Periodici di storia e cultura locale editi a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

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Fabio Bargagli-Petrucci
"Montepulciano, Chiusi e la Val di Chiana Senese"

Bergamo 1907

(pagg. 43-55)

bargagli petrucciLa valle della Foenna discende ancora verso mezzogiorno, tortuosa e stretta ai fianchi da due catene di colline festose che nelle loro insenature, improvvisamente ad una ad una scoperte al viandante, custodiscono paeselli e castellari incorniciati dalla ricca vegetazione del paesaggio toscano, bruni e sereni, forti e minacciosi, dal culmine della elevata sedia loro. Ognuno ha le sue mura e le sue porte, la torre del palazzetto pretorio e il campanile della pieve.
È arte senese militare e religiosa a un tempo, maritata così bene alla natura selvaggia dei boschi, è il contrasto che piace.
In grembo alle valli boscose risiedono i castellari come fragili anforette nel palmo della ruvida mano di chi scavò una necropoli etrusca.
Ogni valle è un astuccio e ogni astuccio ha il suo gioiello. Prima S. Gimignanello e Buoninsegna, poi Farnetella, Scrofiano e Sinalunga.
L'orizzonte, da Farnetella e da Scrofiano (antichi feudi anch'essi dei potenti conti della Scialenga), è limitato ancora. Non siamo che alle porte della Val di Chiana, questa non è altro che l'anticamera di una reggia.
Per vedere qualche cosa di più non vale stare in basso, dove fu l'antico Vico Duodecimo che appunto a Clusinorum finibus segnava il miglio XII sulla via romana; non bisogna fermarsi in questo luogo pieno di memorie dove fu, nei primi tempi cristiani, la pieve dedicata a S. Stefano e dove fu probabilmente la culla del castello antico di Rigomagno, ma occorre salire il monte sovrastante che il più recente castello di Rigomagno domina e incorona.
I Cacciaconti, stirpe di grande nobiltà e d'infinite ricchezze, dominavano anche di lassù e potevano dall'alto di un battifolle (unica costruzione allora esistente) spinger lo sguardo fino al Trasimeno, a Cortona e a Cetona, misurando la loro avidità dall'ampiezza della valle Chianina. Solamente più tardi intorno al battifolle si andò fortificando il castello, tre volte distrutto e tre volte riedificato dai senesi.
Dal Vico Duodecimo della via romana alla Statio ad Mensulas della tavola Peutingeriana, breve è la distanza se vogliamo far coincidere questa Statio con il luogo dove un'altra pieve a tre navate rimane in piedi col nome di pieve di Sinalunga. Il castello di Sinalunga sovrasta alla pieve ed occupa una delle più belle colline.
Qui siamo nella vera Valle di Chiana e l'aprirsi improvviso di essa fra Rigomagno e Sinalunga è l'apparire di cosa bella e inaspettata. Dopo le crete ricche soltanto di fossili, dopo la severa tinta dei boschi di lecci, l'apparire della vastissima valle, interrotta da leggiere ondulazioni delle colline di Foiano, di Bettolle e di Valiano, valle verde anche d'inverno, aperta al sole, sparsa di poderi e di villaggi, sorprende e incanta.
Ecco dunque il luogo ove fiorì la grande civiltà etrusca della città di Chiusi; e l'archeologo v'indica subito le mille necropoli preziose e i mille luoghi che nascondono, forse anche oggi, i tesori di un popolo ricco, abitatore di una regione sana e feconda. Ecco dunque l'immenso campo di battaglia dove risuonò l'eco della guerra civile di Roma e dove le armi dei legionarii di Mario s'incontrarono con quelle dei veterani di Silla.
Lucio Cornelio, Cinna e Papirio Carbone, che, secondo la testimonianza di Appiano Alessandrino, s'incontrarono e si cozzarono, con i loro eserciti, nel fiume Chiana, non potevano aver combattuto nell'acqua per la conquista di uno stagno, e infatti le tre vie militari romane che attraversavano la regione, diramandosi da Chiusi, fanno testimonianza dell'assenza di paludi in epoca romana.
Plinio il giovane poi, non temeva affatto della propria salute dimorando nella sua villa chianina e descriveva all'amico Apollinare la bellezza e la salubrità del bel paese.
Ecco infine l'immenso pestifero stagno dell'evo medio, fatale conseguenza di guerre, di spopolamento e d'incuria umana, trincea e difesa di repubbliche guerreggianti, tortura d'illustri cervelli d'ingegneri e di fisici, pensiero costante del saggio Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, cui spetta il merito principale di averlo trasformato in un giardino e in uno dei più bei giardini della Toscana.
Di etrusco non rimangono, in questa regione, che gli ipogei; di romano non restano che le memorie di Silio Italico, di Tacito, di Strabone e di Plinio; ma restano, per fortuna nostra, numerose e meravigliose impronte del medio evo e del rinascimento; restano monumenti, opere d'arte, castelli, città intere, e i nomi gloriosi di letterati e di artisti, bastano a riempire le mura di qualche rosso castello e a far risuonare le vuote stradicciole di una città dimenticata.
Presso la Statio ad Mensulas fu eretta la pieve detta perciò di S. Pietro a Mensole, oggetto anch'essa di famose liti fra i vescovi di Arezzo e di Siena che se la contendevano.
Da cotesta pieve, per una via ripida e tortuosissima, si saliva al castello detto (così almeno riferisce la tradizione) del sinus longus. Da questa denominazione derivò il nome di Asinalonga, trasformata poi in Sinalunga.
Questo castello faceva anch'esso parte del dominio dei conti della Scialenga, e si trova ricordato nel 1197 quando appunto alcuni uomini di quella famiglia si posero sotto la protezione del comune di Siena.
Più volte ribellatasi e sempre domata con la forza, seguì la sorte degli altri castelli chianini cedendo, nel 1553, agli assalti del Marchese di Marignano e all'esercito imperiale e precedendo di due anni, nella rovina, Siena che la possedeva.
Pur troppo Sinalunga non conserva molte traccie delle sue bellissime mura e la rôcca fabbricatavi dal Duca di Milano, squarciata da un fulmine nel 1563, venne completamente atterrata da Ferdinando I, il quale trovò ben fatto, o per lo meno prudente, ridurre l'area a pubblico passeggio e adoperare i materiali per la edificazione della Collegiata di S. Martino.
L'antico palazzetto pretorio resta ancora, e l'incontro di esso, fra quelle viuzze strette e tortuose, con quella torre elegante, con quegli archi e quella merlatura ghibellina, è l'incontro di un vecchio amico da molto tempo perduto di vista e che ritroviamo più vecchio, più curvo, più cadente e forse anche più povero.
La torre del Mangia e una fetta del Palazzo pubblico di Siena!, vien fatto di osservare. Precisamente. È un Mangia in miniatura e una fettolina di palazzo, ma l'architettura senese si riconosce e si sente di essere in terra veramente senese.
Sarebbe opera vana ricercare una chiesa veramente bella, una facciata degna dell'arte senese, ma non importa. I pittori senesi hanno riempito di quadri le chiese brutte, e Girolamo Del Pacchia con la Deposizione nella Chiesa Collegiata, Benvenuto di Giovanni con le due Madonne della parrocchia di S. Lucia e con l'altra nella Compagnia della Madonna delle Nevi, Guidoccio Cozzarelli, Sano di Pietro, Rutilio Manetti e altri, nella chiesa e nel convento beatissimo di S. Bernardino, che è fuor del paese in cima ad un monte, fanno sufficiente testimonianza dei vincoli di tradizione, di politica e di arte che unirono sempre Sinalunga a Siena.
Ho chiamato beatissimo il convento di S. Bernardino e chi vuol sapere perché, salga ancora un poco fra i boschi di ulivi. Troverà cortese ospitalità dai frati e godrà dalla stretta finestrina di una cella monacale uno dei più belli ed allietanti panorami che abbia apprestato la natura per la gioia dei nostri occhi.
Ma ne vedremo degli altri, poiché ogni pendice merita di esser salita in Val di Chiana; ogni cima ha un castello; ogni castello ha una bellezza diversa e un diverso paesaggio da presentare al viandante.
Da Sinalunga, scegliendo la via che tra boschi foltissimi sale lunga e solitaria all'antica Abbadia a Sicille, raggiungiamo...



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