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Collana "Quaderni Sinalunghesi"
Periodici di storia e cultura locale editi a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

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don Mauro Franci
Scrofiano: la Compagnia di S. Salvatore


Nel salone del Mappamondo, del suo palazzo pubblico, Siena ha affidato al Lorenzetti di rappresentare la sua volontà di “buon governo” e chissà con quale pena guardava allora alla nostra grande valle.
Anche i Cacciaconti, grandi feudatari dell’Imperatore, avevano piantato i loro castelli sulla corona collinare che circoscrive la vallata. Trequanda, Montefollonico, Chianciano con le spalle volte ai nostri terreni, oggi meravigliosi.
Lo stesso Leonardo, allora cartografo del Granducato di Toscana, segnalerà la nostra zona con una larga macchia quasi nera.
È pur vero che Siena nella sua puntuale gestione amministrativa segnala le somme non indifferenti spese per le mura di Sinalunga, Torrita, Scrofiano, ma è altrettanto vero che si trattava più di muri che di mura.
La solenne delibera per la costruzione della “torre” a Scrofiano non deve far pensare ad un “castello”. Era la torre per la “campana”. Gli scrofianesi erano orgogliosi di avere la loro campana. Avevano addirittura resarcita Siena della spesa fatta per costruire quella torre a suo supporto.
Torre e campana era roba tutta loro.
Suonava al mattino per mandarli al lavoro e li richiamava a casa la sera. Annunciava la convocazione del Granconsiglio dei Capofamiglia o quelli più piccoli “della giustizia” e “della finanza” locale.
Più tardi i campanili delle chiese impareranno da lei (e gli ruberanno anche il nome) ad annunciare e far condividere le gioie ed i dolori delle famiglie viventi sotto la loro ombra.
Ma giù in basso c’era nebbia e palude.
Per salire al paese c’era una strada non come quella che avevano gli altri paesi. Gli scrofianesi l’avevano scandita con rifugi antipioggia. Li avevano dedicati ad un santo e chiamato i pittori senesi a presentarne la figura.
I pittori senesi erano specialisti nel presentare i santi con quei colori caldi e precisi e con quegli occhi appuntiti che ti guardano dentro. Alla partenza S. Giovanni Battista, a mezzastrada S. Rocco, nel tratto che la strada correva vicino alle case del paese S. Nicola, onorato da un convento di “Servi di Maria” e la sede della Compagnia di S. Salvatore nella parte finale. E qui le cose cambiavano nettamente. I fratelli della Compagnia offrivano due stanze, una per gli uomini e una per le donne al piano della strada e sotto, con un ingresso molto risicato, avevano il loro oratorio. E la strada proseguiva ed ecco la Madonna del Soccorso (con un romito come custode), il Madonnino e finalmente la fine della salita con il bivio per Trequanda e per Asciano.
E intorno alla Torre della Campana le case della gente.
Tra esse una era più grande, più bella, che si imponeva subito alla vista. Uno spigolo di essa raggiungeva la strada nel suo punto più alto quasi a metà tra Convento e Compagnia, ma l’ingresso l’aveva da dentro il paese.
Era la casa dei Cerretelli.
Per avere una casa di quel genere è lecito supporre che fossero i proprietari di diversi terreni.
Ricchi: sì. Prepotenti: no.
Autorevoli per le loro capacità e loro doti. Una cosa è certa, Scrofiano deve tanto a loro.
Sul finire del 1500 quattro di loro dettero fama al paese. Meriterebbero davvero un monumento o almeno una piazza a loro intitolata. Dioniso, Francesco, Girolamo, Domenico.
Dionisio era un prete che il Vescovo Francesco Maria Piccolomini aveva portato a Pienza per essere il notaio della Curia. E faceva bene il suo mestiere. Ora gli era venuta una idea ben precisa e di possibile realizzazione.
Per il suo Scrofiano non più la piccola chiesetta con l’ingresso dal borgo e officiata da qualche cappellano spedito lì dai canonici della Cattedrale di Siena. Lui sarebbe andato ad ingrandirla ed officiarla. Detto e fatto.
Non essendoci spazio per allungarla, la allargò quattro volte tanto in senso verticale, spostò l’altare maggiore e vi pose la splendida tavola a fondo oro che già illuminava la piccola chiesetta e alle pareti (forse con i buoni uffici del fratello) quattro tele del “Passignano” e “Santi di Tito”, venuti a Scrofiano per onorare l’incarico ricevuto. E in una di esse (la seconda a destra di chi entra) vicino alla Madonna e a S. Dionisio, con il libro della sua opera maggiore, inginocchiato c’è voluto essere anche lui, forse pensando che un tal posticino se lo meritava.
Francesco ed il figlio Girolamo erano buoni pittori, noti anche fuori Scrofiano. Rimasti sconosciuti per troppo tempo li stiamo oggi rivalutando e predisponendo un elenco di opere a loro attribuibili.
Domenico aveva lasciato Scrofiano per fare il “procuratore” a Siena dove aveva denunciato il suo capitale di 13.000 scudi.
I Medici, che ora avevano anche Siena nella struttura del Granducato, lo dichiararono “nobile”. I senesi lo fecero partecipe dei loro circoli nobiliari, ma non fu mai eletto nel “concistoro”, organo amministrativo e legislativo della città.
I Cerretelli avevano capito il diminuire di Siena e il crescere di Firenze.
Ferdinando I aveva rinunciato al suo essere Cardinale per diventare Granduca. La morte improvvisa del fratello maggiore gliene aveva offerta l’occasione e ne approfittò chiedendo al Papa di essere sciolto dagli obblighi sacerdotali e dagli impegni cardinalizi. Gli fu concesso.
Si capì subito che questo Granduca era stoffa buona; non sarebbe campato di rendita come i due predecessori.
Livorno si sentì valorizzata e vide il suo porto più che triplicato. E gli fece subito un gran monumento.
Arezzo fu coinvolto nella struttura amministrativa del Granducato. E pose la sua statua al sommo della gradinata di accesso alla cattedrale.
Siena non fu da meno. Nella sua prima visita alla città, Ferdinando trovò scolpito sull’arco di Porta Camollia (e c’è ancora!) «Cor magis tibi Saena pandit» (= più di questa porta Siena ti apre il cuore!).
Tra le tante cose che stava facendo una in particolare aveva fatto impressione: ai soldati che avevano contribuito a inglobare Siena nel Granducato con la loro vittoria negli scontri militari a Scannagallo (Pozzo della Chiana) prima e a Montalcino poi, volle regalare i pezzi di terra fertile della Val di Chiana e per far continuare i legami di amicizia e di aiuto scambievole formatisi nelle campagne militari creò un Ordine Cavalleresco, i “Cavalieri di S. Stefano” con una magnifica sede in Pisa. Era un riconoscimento di merito collegiale e individuale.
E godettero anche perché al loro capitano “chiappino” fece omaggio dell’ultimo castello della loro Val di Chiana. Cetona.
Non era più “chiappino”, ma Chiappino Vitelli conte di Cetona, residente nel bel castello ben piazzato nella collina tra Chiusi e la grande montagna.
Forse fu proprio nei Cavalieri di S. Stefano che nacque un desiderio più vivo e reale di tentare la bonifica di quei terreni troppo spesso impaludati. Ma come fare?
E il Granduca suggerì: tenere ben puliti gli scoli verso il Tevere e verso l’Arno. Era davvero in gamba questo Granduca pronto ad aiutare e valorizzare quanti, come lui, avevano voglia di fare.
Un giorno che era a Siena si presentarono a lui alcuni “Fratelli della Compagnia S. Salvatore” di Scrofiano chiedevano di poter utilizzare i sassi dei muri del loro paese tirati giù, una sessantina d’anni prima, da una di quelle bande armate e prepotenti che pomposamente si dichiaravano “compagnie di ventura”. Se ne sarebbero serviti per costruire la loro nuova sede in luogo più vicino e comodo per il paese. La risposta fu immediata, potevano utilizzare le pietre e si facessero di nuovo vivi se a loro «abbisognasse alcunché».
La Compagnia era sorta per aiutare i passanti, ma ora le richieste più numerose ed urgenti venivano dal paese che aveva le case raddoppiate e gli abitanti quadruplicati. Quella spianatina davanti alla porta principale, coperta da tutti quei sassi, sembrò adattissima per una nuova sede. Il loro Oratorio non sarebbe stato sotto il livello stradale, con un accesso tutto traballante, a far da base alle due stanze ospitali, ma una vera chiesa e le stanze ospitali adiacenti ad essa.
A Scrofiano c’era anche la Compagnia della Madonna delle Nevi, con la sua chiesa oltre il paese formata dai coltivatori dei terreni lontani dalle zone basse e paludose e con rendite ben diverse. Pensava solo alla sua chiesa ed ai suoi soci.
La Compagnia S. Salvatore pensava soprattutto agli altri.
Della prima resta lo splendido “gonfalone” ed il nome del luogo dove era ubicata la chiesa: Santa Maria.
La seconda ancora vive ed ha cura del suo Oratorio, che oggi rivediamo bello e luminoso come lo vollero i vecchi fratelli del 1500, e del Cimitero per riposare insieme come insieme erano vissuti.
Avuti i sassi non persero tempo. Tutti presero il loro impegno finanziario o lavorativo per realizzare il progetto che Fabio Gori aveva già preparato.
E l’Oratorio faceva concorrenza alla chiesa dei Preti che il Preposto Dionisio aveva allungato e abbellito. Sopra l’altare non c’era la Madonna con S. Biagio e altri santi, così luminosa nel suo fondo d’oro, ma una grande tela con l’immagine del Salvatore che sale al cielo, preparata apposta da Ludovico Buti amico carissimo di Santi di Tito (che abbiamo ricordato presente a Scrofiano per dipingere la “Deposizione” in Collegiata).
E anche i Cerretelli ci misero lo zampino, Giovanni Antonio dipinse il Padre Eterno a braccia aperte pronto ad accogliere il Figlio che dopo la sua crocifissione tornava in cielo.
E, come previsto, riecco accanto alla chiesa le stanze per ospitare i bisognosi. I fratelli della Compagnia avevano ben presente il comando del Signore Gesù: “Amare Dio con tutto il tuo cuore e amare il prossimo come se stessi”.
E nel 1606 tutto era fatto e pagato. Anche i Preti della Collegiata rimasero meravigliati, tanto che quasi tutti diventarono fratelli della Compagnia.
I 12 volumi conservati nel nostro archivio documentano lo schema gerarchico, organizzativo e operativo della Compagnia.
Sette giorni prima un avviso alla porta di Chiesa avvertiva della prossima riunione che si aprirà al suono della campana.
La “sedia” era sempre presente con il suo “priore”, il Camarlingo, due consiglieri e il “maestro dei novizi” e soprattutto il “bossolo” contenente “lupini Bianchi e lupini Neri”.
Di tutto si doveva redigere un preciso verbale scritto non in foglietti ma nel libro, legato in cartapecora e fogli numerati, redatto dal Camarlingo. Questi restava in carica tre anni e nonostante che la sua elezione fosse determinata dal responso dato dal numero maggiore di lupini Bianchi sui Neri alla fine del mandato era sottoposto a “sindacato”.
Lo svolgimento seguiva uno schema fisso.
Adunato il Consiglio “l’onorando priore con l’intervento di n°... fratelli ed all’oggetto di deliberare su... invita... a presentare il problema”. E portata a partito “la consigliata” riportò lupini Bianchi nº... lupini Neri nº... e se i Bianchi sono più dei Neri si scrive “VINTA”.
Il Priore prende poi la parola per chiedere se qualcuno ha da dire qualcosa lo dica subito. Fatto “silenzio” l’adunanza è chiusa.
Anche coloro che chiedevano di entrare nella Compagnia, dopo aver seguito il corso preparatorio, svolto dal Maestro dei Novizi, erano sottoposti al responso del numero dei lupini Bianchi o Neri. Insomma ogni componente la sedia e ogni “consigliata”, ogni fratello e sorella, aveva dietro di sé un numero di lupini Bianchi che lo accreditava.
Questi volumi, legati in cartapecora e conservati nel nostro archivio sono una fonte preziosa di notizie per la storia civile, religiosa ed artistica del nostro paese.
Se la Compagnia spende tutta la cassa per fare e distribuire “panettelli”, è evidente che la fame si faceva sentire. Se si danno ogni anno tre o quattro “doti” a ragazze prossime al matrimonio, la povertà era diffusa. Se si va in gran numero a Farnetella, Rigomagno, Sinalunga per partecipare alle loro feste, la solidarietà è conclamata. Se si va in pellegrinaggio a Pienza (per l’Anno Santo), a Siena (Madonna di Provenzano), Arezzo (Madonna del Conforto), è reso esplicito il voler manifestare quanto già fanno nel loro paese.
Sono molti quelli che al momento della morte decidono di lasciare le loro proprietà alla Compagnia. L’affitto o la mezzeria di tali terreni, insieme alla raccolta di soldi o di “boci” (bachi da seta), o di “cantamaggio”, aveva imposto un gran lavoro al Camarlingo. Accanto al libro delle deliberazioni, ora deve tenere anche il libro “Delle entrate e delle uscite”. E lui si prenderà cura della registrazione di quanto era stato patteggiato tra un Consigliere e l’interessato.
Ma quanti erano i Fratelli della Compagnia? Elenchi non esistono, ma se alle Adunanze sono presenti dai 35 ai 73, se per le Feste dei paesi vicini partono con il loro gonfalone dai 50 ai 70 “incappati” accompagnati da un buon numero di Sorelle, è facile immaginare il totale degli inscritti.
Come un fulmine, sulla fine del 1700, arrivò il decreto di soppressione di tutte le compagnie emesso dal Granduca Leopoldo e la reazione degli scrofianesi è documentata da una lettera inviata quasi subito: «il Governatore e Superiori della Compagnia della Terra di Scrofiano Vicariato di Asinalonga tutti oratori e sudditi dell’A.V.R., con tutto l’ossequio... ecc... supplicano umilmente la prefata A.V.R. a degnarsi accordare agli oratori la grazia che sia ripristinata la detta Confraternita e di poter adempiere in essa tutti quelli esercizi di pietà che erano soliti praticarsi in essa».
È firmata da 12 persone “manu propria”.
L’8 giugno 1792 la richiesta era approvata.
A Scrofiano certamente suonarono a festa tutte le campane.
La Compagnia della Madonna rimase soppressa. Il Convento dei Servi: soppressa La Compagnia, perse i suoi beni e l’amministrazione delle “doti”. Lei era salva e salva la sua Chiesa e le stanze adiacenti. Tutti i vasi sacri, le reliquie, i quadri del Convento dei Servi (ridotto a cereria poi in vetreria) furono acquistati dalla famiglia Rigacci. I vasi sacri li donò alla Collegiata, i quadri alla Compagnia.
Al Crocifisso e all’Annunziata fu preparata una nicchia, gli altri attaccati alle pareti. Quando uno della famiglia Rigacci fu eletto Preposto della Collegiata, non dimenticò la Compagnia e tre anni dopo, alle due nicchie vi aggiunge l’altare e sopra la porta volle l’orchestra dove porre l’organo che aveva in casa. Era l’anno 1795.
I Fratelli ripresero coraggio.
Quando siamo poveri è allora che si fanno le cose belle.
È appena incominciato l’Ottocento e la Compagnia ha anche un cavallo e un carro, attrezzato per il trasporto dei malati all’Ospedale, fatto venire da Modena.
Unificazione d’Italia, cultura massonica e antireligiosa. Anche il nostro cimitero è soppresso. Ora c’è il cimitero comunale. In pochi anni il nostro, abbandonato, è diventato un campo di sterpaglia. E la Compagnia chiede al Comune di poter curare, a sue spese, quelle tombe incustodite. Gli fu concesso.
Prima Guerra Mondiale, il Fascismo, Seconda Guerra Mondiale e poi lo splendore della Resistenza ma anche la guerra tra i partiti.
Povera Compagnia S. Salvatore!
Ma le cose belle sono come il sole: tramonta per tornare poco dopo a illuminare e scaldare la terra.
Gli scrofianesi che avevano voluto belli anche i ricoveri antipioggia della strada che dalla valle paludosa portava al Colle Alto, che sanno illuminare con i fiori anche le vie angolose e strette del loro paese, sono oggi lieti di presentare fresco di bucato, l’Oratorio della loro Compagnia per continuare a rendere visibile il loro amore a Dio e ai Fratelli.

compagnia scrofiano

 

















 

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