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Collana "Quaderni Sinalunghesi"
Periodici di storia e cultura locale editi a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

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Paolo Buiarelli

Garibaldi e la Massoneria


La storia della Massoneria attira l’interesse di studiosi appassionati e competenti e nel contempo intrìga ed affascina coloro che sono alla costante ricerca di improbabili scoop o di fantasiose conferme sulle dimensioni del “complotto massonico” e sul ruolo che avrebbe avuto in alcune vicende nazionali o in grandi avvenimenti internazionali degli ultimi tre secoli.
Il fascino della segretezza, l’eredità delle tradizioni settarie e cospirative, l’occasionale intreccio con il potere politico, la forte contrapposi
zione con la Chiesa Cattolica: questi alcuni degli elementi che hanno contribuito ad alimentare un interesse per la storia e per l’attività della Massoneria che, a partire almeno dalla fine del secolo scorso, non ha mai conosciuto interruzioni.

garibaldiGaribaldi rappresenta il massone italiano dell’Ottocento e forse anche dei nostri giorni più noto e autorevole.
Limite e caratteristica dell’uomo Garibaldi fu quella di aderire, in forma entusiastica e talvolta poco accorta, ai grandi movimenti di idee e di opinioni che segnarono l’800.
Proprio per questo è lecito chiedersi se la sua adesione alla Massoneria sia da considerare alla stessa stregua di quella che egli fornì a innumerevoli associazioni politiche o di Mutuo Soccorso, talvolta di orientamento assai diverso, di cui accettò la presidenza onoraria oppure rappresentò per lui qualcosa di diverso, una scelta più vincolante e impegnativa, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo consapevole fino alla morte.
Per gli elementi a nostra conoscenza siamo indotti a propendere per questa seconda ipotesi.
Garibaldi, specie dopo il 1860, considerò la Massoneria un luogo di aggregazione e uno strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per realizzare i propri progetti politici e culturali, piuttosto che un’Istituzione caratterizzata da ritualità ed esoterismo.
E la Massoneria, a sua volta, utilizzò Garibaldi, sia prima che dopo la sua morte, come straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali.

Apparsa in Italia nella prima metà del ’700, la Massoneria conobbe una grande diffusione e contribuì alla propagazione delle idee illuministiche.
Duramente osteggiata dalla Chiesa, vide affluire nelle sue fila intellettuali e borghesi schierati su posizioni giacobine e rivoluzionarie.
Durante il periodo napoleonico assunse quasi dimensioni di massa e forse fu anche per questo motivo che, dopo la caduta di Napoleone, tutti i governi della Restaurazione, sia in Italia che fuori, misero al bando la Massoneria costringendola ad una temporanea eclissi.
Durante l’intera stagione risorgimentale, vi furono così solo occasionali tracce di attività liberomuratoria (esempio l’impresa di Sapri), ma non una presenza organizzata e soprattutto non un centro direttivo su base nazionale.
Questo fu ricostituito soltanto sul finire del 1859, a Torino, per iniziativa di un gruppo di vecchi massoni collocati politicamente nell’area compresa fra la Società Nazionale e la sinistra democratica di matrice mazziniana.
L’azione si svolse quasi sempre all’interno delle istituzioni e si attestò su posizioni della sinistra costituzionale e del radicalismo, ma non disdegnò di accogliere nelle sue fila esponenti sia del liberalismo più moderato che del movimento repubblicano e, più avanti, anche di quello socialista.
Una Massoneria che, mancando ancora per molti anni strutture organizzate di tipo partitico, svolse un ruolo molto significativo nel favorire la legittimazione dello Stato unitario e nel processo di integrazione nazionale degli italiani; fu un veicolo di diffusione della cultura laica e delle idee positiviste, fu un elemento di moltiplicazione delle istanze associative borghesi e popolari, fu insomma uno degli strumenti di cui si avvalsero le classi dirigenti più illuminate per realizzare il progetto di secolarizzazione e di modernizzazione del paese.

Garibaldi venne iniziato alla Massoneria nel 1844, all’età di trentasette anni, nella loggia L’Asil de la Vertud di Montevideo, una loggia irregolare, emanazione della Massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, come quelle della Gran Loggia d’Inghilterra e del Grande Oriente di Francia.
Sempre nel corso del 1844 egli “regolarizzò” la sua posizione presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all’obbedienza del Grande Oriente di Parigi.
Le logge massoniche offrivano importanti punti di riferimento agli esuli politici dei paesi europei: importanti furono i contatti che Garibaldi ebbe durante il secondo esilio, quando frequentò le logge massoniche di New York e intorno al 1853-54 la loggia Philadelphes di Londra.
Soltanto nel giugno 1860, nella Palermo appena liberata, Garibaldi venne elevato al grado più elevato, quello di Maestro Massone. L’impresa dei Mille si stava imponendo all’attenzione della comunità internazionale e certo poteva giovare che egli ribadisse la propria militanza massonica, specie in considerazione della simpatia con cui le organizzazioni liberomuratorie di alcuni paesi, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti, guardavano alla lotta per l’indipendenza nazionale italiana.

Dopo l’impresa dei Mille, Garibaldi si trovò nel bel mezzo della contrapposizione interna alla Massoneria fra i dinastico-cavouriani e i democratici-popolari.
Era il 1862 e si stava allestendo la spedizione per la liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta dalle fucilate sull’Aspromonte.
Garibaldi, accettando le varie cariche di “primo libero muratore italiano” prima e poi di Gran Maestro del Supremo Consiglio del Rito Scozzese di Palermo, entrava con il suo peso nelle dispute interne ma con il preciso scopo di ricorrere alla Massoneria quale strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche.
Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all’iniziazione del figlio Menotti e firmò egli stesso la proposta di affiliazione dell’intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni e gli altri).

«A tal fine e con gli alti poteri a me conferiti gli dispenso dalle solite formalità».

Così dichiarò in tale circostanza, ribadendo lo scarso interesse per gli aspetti rituali e ponendo l’accento sul contributo sostanziale che egli riteneva potesse venire dal coinvolgimento diretto della Massoneria nella lotta per il completamento dell’unità nazionale.
Non fu l’unico, nella storia dell’Ottocento, a vedere nella Massoneria uno strumento politico prima ancora che uno strumento a valenza socio-culturale.

L’obiettivo politico della liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava con l’obiettivo di dare vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere temporale dei papi fosse soltanto un ricordo.
In questo senso, come osserva Aldo Alessandro Mola nel suo libro sulla storia della Massoneria italiana,

«Fu il fallimento dell’impresa dell’agosto 1862 a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalismo intransigente».

D’altro canto, anche dentro il Grande Oriente d’Italia, la componente democratica di provenienza garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza e a imporre le proprie scelte politiche e ideologiche. Non stupisce perciò che la prima vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel maggio 1864, riuscisse finalmente a eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo Gran Maestro.
Tuttavia egli detenne questa carica solo per pochi mesi.
Troppo vivaci erano infatti gli scontri in atto fra i vari gruppi della sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership unificante di Garibaldi, come era accaduto nel recente passato.
C’era chi come Antonio Mordini tentava di formare un «terzo partito», a metà strada fra la sinistra costituzionale e l’estrema repubblicana, che intendeva utilizzare proprio il generale e l’organizzazione massonica come strumento per propagandare le proprie idee e raccogliere su di esse il consenso dei democratici.

Vi erano poi coloro, come il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli, che si battevano per consolidare anche in Italia una Massoneria di modello anglosassone, estranea alle beghe di partito.

«È già una fatalità – scrisse Frapolli a Mordini, commentando l’elezione di Garibaldi – che le circostanze ci abbiano forzati a scegliere per l’Italia, a gran maestro, un uomo politico. Inconveniente che non può essere tollerato, se non ammettendo la funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incarnato dell’umanitarismo, mentre d’altronde, se quel nome è da tutti accettato, egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo ruolo eccezionale e non se ne mescoli altrimenti».

In realtà, Garibaldi non aveva nessuna intenzione di dare alla sua carica una valenza meramente formale, né pensava che la Massoneria dovesse estraniarsi dalle vicende politiche nazionali. Lo si vide bene nel maggio 1867, allorché egli lanciò un celebre appello a tutti i fratelli della penisola:

“Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non abbiamo Massoneria perché divisi. […] Facciasi in Massoneria quel fascio romano che, ad onta di tanti sforzi, non si è potuto ancora ottenere in politica. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell’alta missione che dalla nobile istituzione massonica gli è affidata, creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la Massoneria faccia questa, e quella [l’unità della nazione] sarà subito fatta. […] L’astensione è inerzia, è morte. Urge l’intendersi, e nell’unità degli intendimenti avremo l’unità di azione”.

Per Garibaldi la Massoneria, unico organismo che fosse dotato di una pur labile articolazione su base nazionale, doveva rappresentare lo strumento di aggregazione di tutte le forze progressiste italiane, per le quali, in quel momento, l’obiettivo assolutamente prioritario era rappresentato dalla lotta per la liberazione di Roma.
Il legame con l’istituzione liberomuratoria era dunque consolidato, come pure profonda era l’identificazione con gli ideali e i valori culturali di cui essa si faceva portavoce.
Nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e il testamento ideale che egli avrebbe lasciato alla sinistra italiana post-risorgimentale: l’idea cioè di riunire tutte le correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo che accettava di muoversi all’interno del quadro istituzionale vigente, pur non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano futuro.

La Massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere coronato dal successo.

«Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene non si affratellano e non si pongono per amore d’indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria, non darà essa l’esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, ecc. non portano esse nel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma».

L’ultimo decennio della sua esistenza fu contrassegnato dal suo impegno nelle file del movimento pacifista per promuovere la costituzione di organismi di arbitrato a livello internazionale1 che scongiurassero il ricorso alle guerre: questo fu uno dei temi nei quali la coincidenza di vedute con la Massoneria fu pressoché totale.
La medesima coincidenza caratterizzò altre battaglie quali quelle per il suffragio universale, per l’emancipazione femminile, per la diffusione dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e decise di sostenere con le modalità più diverse.
Merita inoltre ricordare un’altra battaglia, dalla forte rilevanza simbolica per il suo valore anticlericale, ovvero l’adesione che Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia la cremazione: iniziativa che fu direttamente promossa dalle logge massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria.

Dopo la morte di Garibaldi, la Massoneria si incaricò di conservarne la memoria e di alimentarne il mito. Nel momento in cui le classi dirigenti del paese stavano profondendo le maggiori energie per costruire un paradigma identitario nel quale l’intera nazione potesse riconoscersi, la morte dell’eroe popolare per antonomasia rappresentò un riferimento simbolico prezioso, capace di affiancare l’ormai insufficiente e sbiadita immagine dinastica. Fu soprattutto Francesco Crispi che cercò di costruire, intorno alla figura di Garibaldi, una “religione civile” imperniata sul mito laico del Risorgimento: ma il tentativo non sarebbe riuscito se la Massoneria, all’epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, non avesse svolto fino in fondo il suo ruolo per favorire la riuscita dell’operazione.
Il buon esito dell’operazione si sostanziò fin da subito nel fatto che il nome Garibaldi fu di gran lunga il più diffuso fra quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d’oltremare, fossero esse in America Latina o in Africa del Nord; altre denominazioni, come Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera, erano ispirate dalla medesima volontà di rendere omaggio al grande Eroe.
La Massoneria promosse inoltre innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti alla memoria di Garibaldi: una su tutte l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, e vide il massone e capo del governo Francesco Crispi enfatizzare il contributo dato dalle forze laiche e popolari al Risorgimento.
La Massoneria, sostenitrice del valore simbolico del 20 settembre quale festa civile della nazione, vide in questa occasione coronata la sua richiesta. Al tempo stesso, prima che di lì a un anno scandali di varia natura travolgessero i due grandi artefici dell’iniziativa, Francesco Crispi e Adriano Lemmi, essa poté celebrare, nel nome di Garibaldi, la propria consacrazione come struttura associativa laica e democratica depositaria della migliore eredità del Risorgimento e come luogo di coagulo delle energie più vitali e più moderne del paese.

Settanta anni (dal 1799 al 1867) circa, separano la visita di Garibaldi da uno degli avvenimenti più clamorosi della storia della Valdichiana a partire dalla Rivoluzione francese.
Siamo nel 1799 e, a seguito dell’occupazione francese, si insedia in Foiano della Chiana uno dei tanti governi rivoluzionari che, a differenza degli altri, si caratterizzerà per un seguito popolare ampio e convinto2: pur nella sua breve durata, tale esperienza merita di essere citata proprio per la sua rara capacità di essere compresa e sentita anche dagli strati più popolari.
Non si vuole qui cadere nella tentazione di fare confronti con la Comune di Parigi del 1871, ma solo evidenziare questo episodio che potrebbe essere la cartina di tornasole di un atteggiamento diffuso in Valdichiana.
A capo del Governo rivoluzionario di Foiano vi è Ferdinando Redditi (1769 – 1834).
Originario di Foiano, svolse in Valdichiana quasi tutta la sua vita politica e sociale avvicinandosi alle idee rivoluzionarie durante le sue frequentazioni fiorentine fino ad entrare a far parte, nel 1795, in «una setta framassonica che operava clandestinamente in Toscana» [GM].
Nel 1797 si era arruolato nelle truppe cisalpine come capo squadrone: fu la prima testimonianza palese della sua simpatia per le idee innovatrici che rimarrà invariata negli anni a venire.
Nell’aprile del 1799 il Redditi fu richiamato dai francesi per dar vita, come abbiamo detto, al governo rivoluzionario di Foiano della Chiana.
Redditi è importante perché la sua attività massonica continuò anche dopo la momentanea fuga da Foiano e il successivo rientro: la polizia locale informerà regolarmente il Governo granducale sulle continue adunanze in casa sua, precisando che si recava spesso a Città di Castello e mantenendo una fitta corrispondenza con Milano e Napoli. Interessanti sono i nomi dei partecipanti alle “conventicole sospette”, dimostrando quanto l’organizzazione fosse ben diffusa in Toscana3.
Alla fine del 1831 l’elenco dei sospetti che frequentavano la casa di Ferdinando Redditi si allunga includendo personaggi implicati nell’attività rivoluzionaria del 1799 quali Angelo Seriacopi, Settimio Foianesi, Francesco Vannuccini, Gaetano del Soldato, Secondiano Vannucci, Alessandro Mazzarelli.
Capo della setta, riferivano i continui rapporti, era Francesco Mannocchi il quale era in assiduo contatto con Francesco Domenico Guerrazzi, in quel periodo confinato a Montepulciano.
L’esempio del Redditi, non certo l’unico ma sicuramente uno dei più emblematici, va poi inquadrato con l’attività di Vittorio Fossombroni che, nella Valdichiana da poco risanata, certamente dette il suo contributo a non infierire, quando non a proteggere, figure della Carboneria e della Massoneria.
Occorre inoltre ricordare come la Valdichiana, Cortona in particolare, abbia ospitato un forte centro Giansenista le cui idee, almeno in relazione al ruolo della Chiesa, non erano poi così dissimili da quelle del Grande Oriente Italiano.
Un fuoco continuo e costante, fra alti e bassi, alimenta la vita sociale della Valdichiana ottocentesca.
Garibaldi sembra quindi giungere non tanto per far nascere un movimento ma per consolidarlo tramite un’aggregazione intorno alla sua figura.

Garibaldi dedicò una parte del suo viaggio in terra senese del 1867 anche ad un’attività di proselitismo: l’obiettivo era consolidare e allargare la presenza di massoni sul territorio4.
Lo vediamo frequentare quelli che, già da qualche tempo, frequentavano logge cittadine (Angelotti a Montepulciano o Agnolucci a Sinalunga) e che cercano insieme al Generale nuovi adepti per fondare nuove logge locali.
Se a Cetona e a Sarteano già erano presenti due logge di piccole dimensioni, è lecito pensare che il sorgere delle realtà di Sinalunga, Foiano e Montepulciano sia proprio dovuto all’impulso del Generale5.

Ma è giusto sottolineare che, al di là dei momentanei entusiasmi che possano avere animato i vari Agnolucci, la vita delle logge senesi fu instabile e precaria.
L’Italia era allora, come oggi, il paese dei mille campanili e anche questa Istituzione soffriva della medesima frammentazione: nelle carte personali di molti influenti personaggi dell’epoca è usuale ritrovare il riferimento alle “mille logge”, alle divisioni, alle contrapposizioni.
Oltre ad un non mai sopita attitudine alla morosità6, dietro questo precario equilibrio spesso si celava anche un’insofferenza verso quell’uso politico che, a seconda delle mode e dei momenti, contrassegnava l’azione degli organi centrali.
Lo stesso Garibaldi, come abbiamo visto, aspirava fare della Massoneria il centro nevralgico delle sue azioni politico-militare e questo, nella sonnacchiosa realtà senese, poteva suscitare qualche mal di pancia.
Inoltre il segno così anticlericale che distingueva l’azione della Massoneria poteva richiedere ai suoi aderenti una coerenza non facile da mantenere in quella zona di campagna che in fin dei conti era la Valdichiana, campagna dove la presenza e la parola degli uomini di Chiesa aveva ancora una rilevanza nella vita quotidiana.

La testimonianza più vivida della nascita della Loggia sinalunghese è presente nell’archivio dell’ingegnere Luigi Agnolucci che trascrive nella scheda 216 – “Loggia massonica in Sinalunga” le seguenti osservazioni.

“Il Maestro Ciro Pinsuti con il Dottore Pescioni furono i veri istitutori e fondatori della Loggia Massonica in Sinalunga.
Il primo era massone di antica data ed apparteneva alla Massoneria Inglese, avendo dimorato fin da giovinetto a Londra.
Il secondo apparteneva ad una loggia di Pisa.
Fu facile trovare degli adepti, perchè in paese, dalle persone di un certo conto, si sentiva il bisogno di stringersi fortemente, onde fronteggiare e vincere il partito dei vecchi conservatori che, con la società degli Orsi, si era potuto combattere ma non ridurre all’impotenza.
D’altronde da allora 1867-68 la Massoneria non si era screditata, come al presente [1900] e ne facevano parte persone non corrotte; nè aveva spiegato apertamente la sua contrarietà alla religione cattolica: tanto vero che a Sinalunga la Loggia prese il nome di un prete ! Sallustio Bandini7 distinto economista senese.
Risiedè nello stabile che ora è quello della Pia Istituzione Castellani, dove chi scrive teneva in affitto un’intiera sezione del fabbricato e dove aveva accomodato un teatrino con sopra una sala e due camere, che ricedè alla nuova loggia che si inaugurò nel 1868.
Contò 10 o 12 fratelli: durò più o meno 3 o 4 anni; e si sciolse quando gli ascritti conobbero come questa associazione alla dipendenza del Oriente di Firenze, non corrispondeva e cominciava a degenerare.”

Tutto nella norma dunque.

Luigi Agnolucci era egli stesso iscritto alla Massoneria e risulta, insieme a Ugo Palmerini, facente parte della prestigiosa Loggia Arbia di Siena ai cui lavori smise di partecipare una volta attivata la loggia sinalunghese.
La Loggia iniziò ad operare fin dal 1866 ma venne effettivamente fondata il 20 dicembre 1868 all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia.
Fra le attività note ci è giunta notizia di una raccolta di 20 lire a favore dei danneggiati dell’incendio di Costantinopoli; nel 1871 fu poi raggiunta la cifra di 107,50 lire in soccorso delle vittime della guerra franco-prussiana del 1870.
Fra i personaggi di maggiore rilievo ci fu il dottor Martino Cenni che fu “insostituibile membro della Società Operaia, della Biblioteca Circolante e della Confraternita della Misericordia”.
La Loggia, con la delega conferita a Torello Fanti, partecipò ai lavori dell’Asssemblea Costituente di Firenze, in cui la Massoneria italiana procedette all’elezione di Giuseppe Mazzoni quale suo Gran Maestro.
Dal 1871 la breve vita della Loggia inizia un periodo travagliato che la condurrà, con alterne vicende, alla definitiva scomparsa (detta demolizione in gergo massonico) nel maggio del 1874.
Nel periodo che va dal primo scioglimento del 23 settembre 1871 alla demolizione, sono noti solo la partecipazione di Torello Fanti alla Assemblea Costituente del 1872 e la elezione di Ercole Pollini quale Maestro Venerabile della Loggia [VG].
La ragione della demolizione della Loggia fu la morosità dei suoi iscritti.

 

BIBLIOGRAFIA

[UB] Ulisse Bacci, il libro del massone, 1908.
[B. del GOI] Bollettino ufficiale del Grande Oriente d’Italia, 1874.
[FC1] Fulvio Conti, Laicismo e democrazia – Centro Editoriale Toscano, 1990.
[FC2] Fulvio Conti, Storia della Massoneria italiana – Il Mulino, 2003.
[FC3] Fulvio Conti, Garibaldi Massone, Hiram 2001.
[FA] Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni (1848-1867) – Toscana Beni Culturali, 2004.
[AM] Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana – Mondatori, 2001.
[PB] Paolo Buiarelli, Francesco Saverio Melissari – 2005.
[GM] G. Marcotti, Cronache segrete della polizia toscana, Firenze, 1898.
[VG] Vittorio Gnocchini, Logge italiane e di italiani all’estero, Opera in fase di correzione.

 

 

 

 

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