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L’arresto di Garibaldi a Sinalunga nel settembre 1867

Lo scritto di Ulderigo Barengo
Ulderico Barengo (1896-1943) ha percorso la carriera di ufficiale nell’Arma dei carabinieri, fino a giungere al grado di Generale. Nell’espletamento delle sue funzioni istituzionali – quale Capo di Stato Maggiore del Comando Generale dell’Arma – trovò la morte nel corso di un bombardamento nel quartiere romano di S. Lorenzo.
Fu, inoltre, appassionato cultore di storia risorgimentale e storiografo fondamentale dell’Arma dei Carabinieri. Si distinse anche in compiti organizzativi; curò, infatti, la stampa della “Rivista dei Carabinieri Reali” e diresse la formazione e l’ordinamento dello speciale archivio e del Museo Storico.
Arricchì progressivamente queste due istituzioni facendovi confluire gran parte del materiale (documentazioni, carteggi, pubblicazioni) che, via via, andava acquisendo. Gli scritti coprono circa venti anni di studio e si caratterizzano per sapienza scientifica e chiarezza stilistica.
L’arresto di Garibaldi a Sinalunga nel settembre 1867

Le vicende che nel settembre del 1867 portarono all’arresto di Garibaldi a Sinalunga sono generalmente note, potendosi leggere in tutte le biografie del Generale. Ne scrissero di proposito lo Stocchi (L’arresto di Garibaldi a Sinalunga, Cortona 1894), il Gadda (id. in “Nuova antologia”, 1897, II, 207 segg.), il De Cesare (id. in “Risorgimento italiano”, 1909, II, 193 segg.), l’Agnolucci (id., Arezzo 1911) e più di recente il nostro S. M., pubblicando nel “Bollettino” dell’ufficio storico (1929, III, 227-229) il rapporto del comandante della divisione militare di Perugia su quell’arresto. Si è così completata la ricca, ma poco nota, documentazione, che, fin dai mesi immediatamente successivi a quegli avvenimenti, il ministro Menabrea, su richiesta del Rattazzi, aveva reso di pubblico dominio per chiarire la condotta del governo, violentemente attaccato in parlamento pei fatti dell’Agro romano (Camera dei deputati, X legislatura, sessione 1867-1868, documenti, III, nn. 134, 134 bis, 134 ter, 134 quater, 134 quinq., 134 sex.). Nonostante la dovizia delle fonti, qualche interessante particolare resta tuttavia ancor oggi ignorato in un prezioso carteggio che l’archivio storico dei carabinieri reali custodisce, ed è di questa testimonianza che abbiamo tratto profitto per ricostruire, ancora una volta, i successivi momenti di quella lontana vicenda.
“Una bella mattina di primavera, nel 1867 – narra Jessie W. Mario nella sua Vita di Giuseppe Garibaldi (II, 78) – fummo dolcemente sorpresi di vedere Garibaldi scendere di carrozza alla nostra casa di piazza Bellosguardo fuori di Firenze, richiedendoci, con allegra voce, di colazione e di bagno. Era venuto con Basso e con l’ordinanza Maurizio. – Conto sulla vostra ospitalità – disse – perchè dobbiamo parlare di molte cose – ”.
Le molte cose erano due: la traduzione in inglese del romanzo Clelia e le predisposizioni da prendere per una progettata gita nel Veneto. Della traduzione si interessò Mario; la gita ebbe luogo pochi giorni dopo. Lo scopo apparente di questo viaggio era di semplice propaganda elettorale per le imminenti elezioni, ma in realtà ogni discorso del Generale altro non fu che una calorosa perorazione per Roma, ripetuta su tutti i toni, tra grandi applausi di folla, nelle città che attraversava o nelle quali sostava. Nè questi viaggi ebbero termine dopo la designazione, da parte del paese, dei suoi rappresentanti in parlamento, poiché Garibaldi proseguì, senza molestia governativa, nelle sue peregrinazioni nel Veneto, in Lombardia, in Toscana, dovunque raccogliendo applausi e consensi per l’invocata, sollecita liberazione di Roma.
Il 15 agosto di quell’anno lo troviamo a Siena “per assistere – si legge in un rapporto del maggiore dei carabinieri di quella provincia1 – alle corse del Palio dalla loggia del casino dei nobili ove fu molto corteggiato e gli furono presentate le signore dell’alta aristocrazia, le quali accolsero pure la signora Canzio. Vi furono al suo apparire applausi, ma non prolungati, quello però che non passò inosservato al pubblico si fu la baldanza dei soliti garibaldini, in numero di quaranta circa, vestiti colla camicia rossa, li quali, riunitisi in ordine militare su due righe, si piazzarono sulla destra della truppa, ivi comandata sotto le armi pel buon ordine, ma che però non rimasero che pochi momenti per essersi fatti allontanare in seguito a lagnanza della truppa stessa. Presero quindi posto sotto la loggia del prefetto quasi per sfidare l’opinione pubblica e l’autorità governativa, ma si stimò meglio di non accorgersi di loro e così si evitò guai. Nello sfilare delle 17 bandiere delle contrade, quella della Torre, siccome rossa, fu applaudita ripetute volte e passando sotto Garibaldi il bandieraio fece più saluti a cui fu tosto corrisposto da Garibaldi e garibaldini. Il vincitore del Palio non riuscì tale contrada, come si desiderava dal partito spinto, ma riuscì invece quella della Lupa avente bandiera pontificia e questo risultato costò non poco denaro ai retrogradi, mentre non tornò tanto gradito al partito opposto, che l’alludono al trionfo dei Romani”.
Il 18 successivo il Generale è a Poggibonsi e dal balcone delle Stanze democratiche parla alla folla, esordendo col ricordo del suo arrivo in quella città nel 1849, profugo, e concludendo col rammentare che in Italia v’era ancora una piaga da chiudere: Roma2. Il 21 è a Chiusi, il 22 a Orvieto. In entrambi i posti l’argomento dei suoi discorsi è il medesimo. A Orvieto a qualcuno che gridava “Roma o morte” rispose: – No, non è più questo il grido, ma “Viva Roma!” – La musica alternava l’inno di Garibaldi con quello di guerra3.
Il giorno dopo, reduce da Orvieto, visita Cetona e il mattino successivo Sartiano e tanto nell’uno quanto nell’altro paese riceve dimostrazioni ed acclamazioni entusiastiche. A Cetona gli venne presentata una vecchia, sdrucita bandiera tricolore, da lui consegnata nel 1849 a persona del luogo perchè la custodisse come pegno di riscossa, e il Generale, vedendola, assicurò gli offerenti che presto quella bandiera sarebbe rientrata per quella stessa porta da cui era uscita4.
Nei primi di settembre le gite del Generale hanno una breve interruzione. Garibaldi va a Ginevra per far parte del congresso internazionale della pace. Strana partecipazione per chi di altro non si occupava che di preparativi di guerra. Ma tra gli articoli della mozione che il Generale sottoponeva al congresso ve ne era anche uno che riconosceva allo schiavo il diritto di far la guerra al tiranno.
L’11 settembre, per la via del Sempione, Garibaldi è di nuovo in Italia e dopo una breve sosta nella villa Pallavicini presso Voghera, il 17 è a Firenze deciso a rompere ogni indugio ed a marciare su Roma.
Quale l’atteggiamento delle sfere governative in quei frangenti?
Le discussioni che nel dicembre successivo ebbero luogo alla Camera sulla politica del governo poi fatti dell’Agro romano, sono quanto mai interessanti. Per tre giorni (18-19-20 dicembre 1867) il Rattazzi parlò ai deputati (e spesso fu costretto a interrompere il suo dire perchè gli venivan meno le forze) cercando con la poderosa dialettica del suo fortissimo ingegno di scagionare da colpa l’opera del ministero che aveva presieduto. Se Garibaldi aveva potuto far palese propaganda per l’intervento negli Stati del Papa e se i volontari avevano potuto raggiungere le frontiere, ciò non era dipeso da debolezza degli uomini responsabili, né da tacita connivenza del governo, bensì da eccesso di scrupolo per le norme costituzionali, che vietavano ogni intervento laddove mancava una concreta violazione di legge. Per quanto abile dialettico, il Rattazzi non poteva tuttavia giustificare un’inerzia gravemente colpevole per gli interessi del paese. Sta di fatto che sia pel periodo di cui ci occupiamo, sia per quello successivo, ancora più grave, il governo non seppe assumere una qualsiasi decisa linea di condotta. Tollerò invece che Garibaldi attuasse palesemente i suoi progetti, non trattenuto, né dall’arresto del settembre 1867, argomento di questa memoria, né dalle misure adottate all’ultimo momento, nell’ottobre successivo, quando dietro al Generale, di cui era imminente lo sconfinamento negli Stati del Papa, furono lanciate alcune pattuglie di carabinieri a cavallo, che non poterono raggiungerlo.
L’atteggiamento del Rattazzi in tutte queste vicende è un interrogativo ancora insoluto. Indubbiamente su di lui ebbero presa molteplici influenze: le sue antiche e non mutate convin-zioni personali; il desiderio di far cosa grata al Sovrano, sempre pronto ad ogni audacia guerriera; la persuasione che Napoleone III, dominato dalla tragedia di Queretaro, non si sarebbe mosso; la speranza di riuscire al momento opportuno a dominare e a dirigere il movimento; e fors’anche la sottile, continua influenza della napoleonide, intrigante consorte.
Ordini draconiani erano stati bensì impartiti ai prefetti, perchè vigilassero e impedissero movimenti di volontari e spedizioni di armi. Su Garibaldi stesso si era cercato di influire a mezzo di intermediari autorevoli e ascoltati per indurlo a non portare le cose a situazioni estreme, poiché il governo in quel momento non avrebbe potuto appoggiare un qualsiasi tentativo per Roma. Ma mentre da un lato le apparenze erano contro ogni iniziativa garibaldina, dall’altro il complesso delle misure adottate non faceva credere ad un’eguale risolutezza qualora il progettato movimento avesse avuto attuazione.
Reduce da Ginevra il Generale aveva pertanto potuto riprendere la sua propaganda e attendere indisturbato a quei preparativi, che ormai lasciavano chiaramente intravvedere come egli stesse per bruciare le ultime tappe. Il fermento diveniva preoccupante. I giornali riportavano e diffondevano le parole di Garibaldi, che non si stancava di ripetere come fosse ormai giunto il momento di marciare su Roma e come egli, i suoi figli e tutti i suoi più fidi fossero pronti ad aiutare i fratelli romani. Ignorare l’imminenza del tentativo non era più possibile. Sotto l’incalzare degli avvenimenti e le continue proteste del rappresentante di Francia, che lamentava quella longanimità governativa in troppo aperto contrasto con lo spirito della convenzione di settembre, il Rattazzi fu costretto ad agire. Il 21 settembre sulla “Gazzetta Ufficiale” compariva un proclama del governo agli Italiani per ammonirli che sarebbe stato impedito, con ogni mezzo, qualsiasi movimento verso la frontiera pontificia e quel giorno stesso venivano convocati a Firenze i prefetti delle province limitrofe agli Stati del Papa per avere dalla viva voce del ministro precise istruzioni di agire, al presentarsi dalla necessità, con decisione e fermezza.
Il mattino successivo (22 settembre) Garibaldi lasciò Firenze per Arezzo.
“Il giorno 22 corrente – si legge in un rapporto dei carabinieri di due giorni dopo – alle ore 3 e minuti 20 pomeridiane col treno proveniente da Firenze giunse in Arezzo Giuseppe Garibaldi, accompagnato dal noto Dolfi di Firenze, dalla signora Mario e da certo Macchi. Erano a riceverlo alla stazione buon numero di garibaldini, la società operaia e il sindaco della città. Fu accolto con entusiasmo e grida di “Viva Garibaldi!” “Viva Roma!” ed accompagnato da gran folla di popolo sino alla casa del sindaco, dove prese alloggio. Messosi al balcone ringraziò per la festevole accoglienza, parlò della necessità agli Italiani di possedere Roma, facendo appello ai più arditi onde l’aiutassero in codesto scopo, esortando i timidi a starsene alle case loro, rammentando a tutti che il nemico d’Italia è il prete, che sempre ha visto col crocifisso alla mano guidare gli stranieri contro gli Italiani. Verso le ore cinque si recò ad assistere ad una corsa di cavalli, ove fu di nuovo gridato “Viva Garibaldi!” “Viva Roma!” e nel riedere che fece si udì pure qualche grido fra la folla di “Viva Garibaldi a Roma!”. La sera, al teatro che era illuminato a giorno e zeppo di persone che lo attendevano, per fisiche indisposizioni non intervenne. La mattina del 23 si recò in una villa presso la città dell’ingegnere sig. Del Vita. Egli temporeggia perchè attende notizie ulteriori da Roma per decidersi.
Nella notte precedente all’arrivo di Garibaldi il sig. Prefetto reduce da Firenze, ove era stato chiamato ed ebbe energiche e precise istruzioni dal sig. ministro dell’interno, richiese al sig. capitano di riunire in città nella notte medesima quanti carabinieri fosse state possibile dalle stazioni dipendenti. Il capitano avvisò per ordinanza espressa i componenti le stazioni di Subbiano, Badia al Pino, Palazzo del Pero e Castiglione Fiorentino, che nella notte stessa giunsero in Arezzo, lasciando nelle rispettive residenze un solo carabiniere di piantone. Codesti militari, uniti a quelli di Arezzo, sono tenuti in caserma a disposizione del sig. prefetto, meno qualcuno che fa servizio di pattuglia in residenza.
Lo squadrone di Genova Cavalleria fu distaccato e consegnato in caserma per disposizione della prefettura. Nessun ricevimento ufficiale fu fatto e la maggioranza degli Aretini non prese parte alle dimostrazioni. Ieri verso le 2 pomeridiane il generale Garibaldi partiva in vettura diretto a Sinalunga (Siena). La determinazione di partenza fu subitanea, i bagagli del Generale furono diretti a Perugia. Io credo ch’ei giungerà ai 24 o 25”.
La presenza di Garibaldi a Sinalunga, di dove in poche ore avrebbe potuto raggiungere lo Stato pontificio, metteva il governo nella necessità di un pronto intervento. Fin dal mattino del 23 il prefetto di Perugia aveva attuato tutte le misure precauzionali dirette ad impedire al Generale ogni possibilità di sconfinamento, da qualsiasi parte avesse cercato di raggiungere i territori del Papa, e nelle tarde ore di quello stesso giorno, annuente il ministero, ne disponeva l’arresto. Il delicato incarico fu affidato al tenente dei carabinieri Pizzuti, comandante della luogotenenza di Orvieto, a disposizione del quale fu posta una compagnia di fanteria e un treno speciale.
Gli ordini impartiti al tenente Pizzuti, distaccato per quell’occasione a Carnaiola, dicevano:
Orvieto, 23 settembre 1867, ore 12 e mezzo pomer.
Il Ministero dell’interno ha disposto che sia dato il fermo al generale Garibaldi ed a tutto il suo seguito in Sinalunga e ne ha commesso alla S. V. l’esecuzione. Ella, quindi, vista la presente, continuerà col treno speciale per Sinalunga ed ivi eseguirà la sopradetta disposizione. Cento uomini di truppa sono nel treno per prestarle manforte e con essi di scorta e col treno stesso, che rimane a di lei disposizione, la S. V. continuerà per Firenze mettendo gli arrestati a disposizione Ministero interno. Darà a me, per telegrafo o per espresso, notizia dell’esecuzione o di qualunque emergenza possa accadere e si varrà della cifra convenzionale convenuta ovvero di espressi che farà arrivare a Carnaiola pregando quel t. colonnello del 38 ftr. telegrafare a me, avvalendosi della cifra del generale Tarditi, all’uopo avvisato. Perchè poi si tolga ogni dubbio a far sì che il Ministero sappia a tempo l’arresto eseguito ed il di lei arrivo a Firenze, la S. V. deve, appena lo potrà, telegrafare al Ministero dell’interno queste parole: “arrivo costà ore …con seguito. Pizzuti, luogotenente comandante i carabinieri in Orvieto.
Il Ministero raccomanda la rapidità dell’azione e che siano usati i maggiori riguardi ed io, dalla di lei sperimentata sagacia e prontezza, mi auguro completi risultamenti
Il S. prefetto Scoppa
Ed ecco ora, sui particolari dell’arresto, la relazione spedita dal tenente Pizzuti il 25 settembre da Alessandria:
“Il 24 corrente verso le 2 antim. ricevetti, per mezzo della sottoprefettura d’Orvieto, l’ordine ministeriale di arrestare in Sinalunga Garibaldi ed i suoi. Col treno speciale messo a mia disposizione partii da Carnaiola alle 3,20 giungendo colà alle ore 4,30. Ivi arrivato presi le opportune precauzioni facendo caricare anche le armi ai 110 uomini che avevo meco, cioè 5 carabinieri e 105 di ftr. e mi introdussi in paese ove seppi che Garibaldi doveva partire verso Perugia alle ore 6. Mi affrettai quindi a mettere provvisoriamente in custodia quanti incontrai, per impedire che si spargesse la voce dell’arrivo del treno e di truppa, ciò che avrebbe al certo compromesso l’operazione, bloccai quindi la casa del Generale e mi introdussi con due carabinieri sopra. Il padrone non voleva annunciarmi, io feci custodire lui e la servitù e feci informare della mia venuta il generale Garibaldi da un domestico. Fui introdotto nella sua stanza, lo trovai in letto, e gli partecipai l’ordine di accompagnarlo altrove, al che egli rispose essere a mia disposizione, mi chiese solo due o tre ore di tempo, io risposi non poter tanto accordare, mentre il paese era già in allarme, e che se fosse tutto avvisato ne sarebbero nati disturbi con la truppa, ciò che egli non potrebbe permettere. Garibaldi trovò giuste tali mie osservazioni e si mise a mia disposizione.
Requisita una vettura lo scortai alla ferrovia in mezzo agli evviva e grida di simpatia della popolazione pel Generale, ma frenata dalla presenza della truppa. Partii quindi per Firenze, ove ricevetti l’ordine di dirigermi ad Alessandria: eseguii, giungendovi alle ore 10.30. Nel viaggio non vi fu novità di sorta, eccetto i soliti gridi, che usando prudenza non ebbero altro seguito.
In Voghera Garibaldi disse essere alquanto indisposto e volersi fermare due ore, ebbi l’autorizzazione da S. E. il Ministro dell’interno, ma mentre mi giungeva il dispaccio, il Generale esternava voler rimanere ivi l’intera notte. Io seppi che vi si trovava tal Pallavicini, suo braccio destro, e che la popolazione avrebbe potuto ammutinarsi e compromettere l’operazione, quindi, ad evitare l’impiego della forza, pregai il Generale di proseguire per Alessandria, dopo breve riposo, ove eravamo vicini; egli aderì.
Non mancai di comunicare gli ordini precisi che avevo dal Ministero di usare tutti i riguardi e che il medesimo metteva a sua disposizione tutto ciò che potesse desiderare.
Mentre da Sinalunga mi recavo allo scalo ferroviario, il maggiore Basso, garibaldino, e l’ingegnere Bartolini di Parma, chiesero di seguire il Generale, che me ne pregò anche. Non opponendosi le mie consegne, aderii ed ora tutti si trovano nella cittadella di Alessandria.
In Sinalunga non rinvenni altri ufficiali garibaldini.
Io cercai di conciliare tutta la possibile politezza col mio dovere, come mi era imposto. A Sinalunga fui costretto ad agire energicamente e fermare provvisoriamente quanti incontrai appunto per impedire che la popolazione fosse avvisata e che sarebbesi al certo ammutinata come dimostrava, ciò che poi mi avrebbe costretto usare la forza, la qualcosa il Ministero non voleva che in ultimo e non presumibile caso.
Il Generale non ebbe a lagnarsi, anzi spesso ringraziava delle profferte che gli erano fatte da me e dal capitano di fanteria a mia disposizione.”
Consegnato il Generale al comandante della cittadella di Alessandria e così concluso il suo compito, il Pizzuti fece sollecito ritorno a Firenze, ove era chiamato a conferire dal ministro dell’interno.
Nel vivissimo risentimento che suscitò nel paese la notizia dell’arresto di Garibaldi – a Firenze si tentò persino di dar l’assalto al palazzo Guadagni, dimora del Rattazzi – anche il Pizzuti venne coinvolto. In Orvieto, sua residenza, esponenti del partito garibaldino progettarono rappresaglie ai suoi danni, perchè non aveva saputo esimersi dall’eseguire un ordine, che lo poneva nella dura condizione di arrestare proprio chi lo aveva fatto sottotenente dei carabinieri5.
Il Pizzuti non fece quindi più ritorno ad Orvieto. Un provvedimento ministeriale del 30 settembre successivo lo destinava infatti ad altra sede.
Nella cittadella di Alessandria Garibaldi rimase solo pochi giorni, avendo il governo accolto la sua richiesta di lasciarlo ritornare a Caprera. Qui alcune navi da guerra ebbero il compito di vigilare a che egli non se ne allontanasse. Vigilanza inutile poiché il Generale riuscì ben presto ad eluderla con un’ardita evasione, per riprendere il 22 ottobre da Firenze, tra grande entusiasmo di popolo, quella marcia che doveva condurre lui alla sconfitta gloriosa di Mentana, l’Italia ad altri lutti, ad altri dolori.
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