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Collana "Quaderni Sinalunghesi"
Periodici di storia e cultura locale editi a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

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Alfredo Maroni
"Sinalunga e le strade romane tra Chiusi e Firenze"

Poiché la cittadina di Sinalunga sembra che appaia per la prima volta sotto il nome di Sena Iulia in una carta stradale romana del iv secolo, detta Tabula Peutingeriana, si ritiene necessario presentare il sistema viario dell’Etruria romana. Attraverso di esso sarà possibile stabilire la probabile ubicazione di Sinalunga antica durante l’Impero romano, la sua posizione centrale all’interno dell’Etruria e la sua floridezza di colonia romana con proprio territorio, collegata direttamente con Roma, attraverso la via Cassia.
Questa via è menzionata da Cicerone là dove ricorda che per andare a Modena esistono tre strade: «la Flaminia lungo il mare superiore, l’Aurelia lungo il mare inferiore, la Cassia in mezzo alle due» (E. Martinori, Le vie maestre d’Italia: la via Cassia e le sue derivazioni, Roma 1930, p. 3). Cicerone aggiunge subito: «Etruriam discriminat Cassia». Anche al suo tempo (106-43 a.C.) dunque la Cassia, per «dividere l’Etruria» non doveva passare per Arezzo o per i dintorni di Arezzo, città posta ai margini dell’Etruria, ma attraverso la zona centrale del Chianti doveva raggiungere la pianura fiesolana, dove sorgerà Firenze sotto Giulio Cesare, e dirigersi verso un passo appenninico e quindi verso Modena.
ad mensulasUna colonna miliare romana, ora al Museo archeologico di Firenze, ritrovata lungo la Cassia tra Acquaviva e Torrita, ci informa che l’imperatore Adriano nel 123 d.C. condusse il restauro della via Cassia, disfatta per la vecchiaia, dal territorio di Chiusi a Firenze: Florentiam perduxit (cil, xi,2 n. 6688). Se l’iscrizione avesse voluto indicare che si trattava dell’apertura di una nuova strada non avrebbe aggiunto l’espressione «disfatta per la vecchiaia» (vetustate collabsam). Si deve tener conto inoltre che i costruttori della via Traiana Nova, tra Bolsena e Chiusi nel 108 d.C., hanno inciso sulla colonna miliare di Traiano posta sulla stessa via la frase: Viam Novam Traianam fecit per rimarcare che era stato costruito un tratto nuovo di strada. Adriano perciò non aprì una nuova via, ma restaurò la Cassia “vecchia” in tutto il suo percorso dal territorio di Chiusi a Firenze.
Il punto di partenza per risolvere il problema della viabilità romana nella nostra zona e del percorso esatto della Cassia, ci è offerto dalla località Ottavo nel Chianti, posta sulla strada romana che da un ponte oltre Pontevecchio a Firenze, per via dei Bardi, si dirigeva verso Badia a Ripoli e raggiungeva Ponte a Ema. Da qui proseguiva per Grassina e seguendo poi il fondo valle a destra del torrente Sezzatana, passava per le zone di Sezzate, Cintoia, Casignano, lo Spedale e raggiungeva, a 6 miglia (9 Km) prima di Ottavo, Piè Vecchia o Pieve Vecchia presso la Panca, dove potremmo collocare la mansione di o Aquileiam o Aquilia che forse ha preso il nome da una delle frequenti piccole sorgenti o aquula presenti sulla zona e dette in loco “doccine”. Da qui si dirigeva a Ottavo passando per il passo del Sugame, Borgo di Dudda, Lucolena di Sotto. Questo tratto farà parte nel Medioevo e nel 1500 di quella strada reale o «strada maestra che viene da Ponte a Ema e va a Rada», come riportano chiaramente le carte dei capitani cinquecenteschi di Firenze (Fol. 7, cc. 162-163, in A. Bacci, Strade romane e medioevali nel territorio aretino, Cortona 1986, p. 284). Il toponimo Ottavo (ad octavum lapidem) riscontrabile anche presso Arezzo (dopo Rigutino) e presso Lucca (strada per la Garfagnana), indicava la presenza di un tracciato romano e le 8 miglia che lo separavano non da una mansione, ma da una città. Non potendo questa essere Firenze né Arezzo, troppo lontane, la città indicata deve essere identificata con Bituriha, riportata dalla Peutingeriana del iv secolo e detta Veternis dalla Geografia dell’Anonimo Ravennate del vii secolo, perché i toponimi Vigesimo e Trigesimo posti nella via Clodia nel fondovalle dell’Arno tra Figline e Levane e riferentesi a Firenze, escludono in questa zona la presenza di un’altra città.
Rimane dunque ormai assodato e incontrovertibile che da Ottavo, dopo 8 miglia (12 Km), la Cassia passando per Lucolena, Torzoli, Badia Montemuro, il torrente Bàlatro, Volpaia, Monte Vertine e Villa raggiungeva Radda, costruita probabilmente sulle rovine dell’antica Bituriha - Biturisa, forse la Peithesa di alcune monete etrusche, toponimo che sembra rimasto nel nome Pesa, fiume che nasce proprio sotto Radda. Municipio romano e poi diocesi cristiana con i vescovi locali i Santi Leolino ed Eufrosino del v-vi secolo, scomparve sicuramente durante la guerra gotica del vi secolo.
Una delle due località di nome Massa, presso Radda, può identificarsi con quella fattoria o Massa Veturnensis apud Tuscos ricordata da Ammiano Marcellino (xiv, 11,27) e tra le viti famose Columella pone anche la vitis biturigensis, forse di Radda. Da Villa di Radda, la Cassia doveva percorrere quella «strada» ricordata nel Registro di Coltibuono all’anno 1078 (n. 17), che da Vistarinne raggiungeva «Castelione» e poi «Piscina Sanca» presso Castelnuovo Berardenga. Essa cioè continuava per Poggiasso, Cètine, Cerreta, Poggio S. Polo e Pieve di S. Polo al Rosso, poi scendeva a Torri e costeggiando l’Arbia raggiungeva Fornacelle e Pieve Asciata (Pieve ad Selciatam) dove potremmo collocare la mansione ad Ioglandem a 10 miglia da Bituriha. Da qui per Petrosa e lo Spedale, toponimi attestati dagli Estimi del 1320, passando per Canonica a Cerreto, S. Piero in Barca, Porgo, Calcinaia, doveva raggiungere Valcortese dove l’Estimo del 1320 ricorda un «castro vecchio» con annesso un borgo detto «Borgo di Greci», o «Burgo Greci», che doveva il suo nome alla presenza della mansione ad Graecos della Peutingeriana, cioè ad una colonia di Greci o di mercanti siriaci stabilitisi in quel luogo durante l’Impero romano, quando anche a Firenze 26 greci lasciarono i loro nomi in 21 iscrizioni e ad Arezzo vasai greci impressero i loro nomi nella ceramica aretina. Ad una costruzione romana potrebbe risalire l’alto basamento in grosse pietre squadrate di una torre del Castello. Che nel Medioevo vi passasse una strada importante è attestato dalla ospitalità per i viandanti offerta da uno xenodochium de Valcortise del 1173 (cfr. A. Maroni, Prime Comunità cristiane..., p. 41). La strada è attestata anche da una carta del 1163 (A. Maroni, Passim, p. 41) che menzionava una strada que venitur a civitate Sena et itur Valcurtise e da un’altra carta del 1138 (A. Maroni, Prime... p. 41) che accenna ad una via antica que valit ad Orgiale cioè alla via attuale che unisce Valcortese a Orgiale e a Castelnuovo. Per l’origine di questa via antica occorre ricordare che fino al secolo xiii per le strade e per i ponti si è vissuti con l’eredità dei Romani.
Dopo la mansione ad Graecos la Peutingeriana segna 9 miglia: è la distanza esatta non tra Valcortese e Acquaviva (35 miglia), ma tra Valcortese e l’Ombrone, presso la canonica di S. Biagio di Armaiolo, dove doveva trovarsi la mansione Umbro flumen: nel secolo xiii vi erano nella zona almeno 4 ospizi per i viandanti: nella valle dell’Ombrone sul torrente Chiusella, ad Armaiolo e a Montesecco. Secondo la Peutingeriana dopo ad Graecos o Valcortese segue subito la mansione ad Novas (Acquaviva), ma essendo la distanza reale tra le due località non di 9 miglia, ma di almeno 35 miglia, siamo obbligati a porre due mansioni intermedie: Manliana (sotto Poggio a Magliano di Torrita), a 8 miglia da ad Novas e Umbro flumen a 9 miglia da ad Graecos e 18 da Manliana di Torrita. Infatti è la Peutingeriana che dopo Manliana segna 18 miglia: evidentemente esse non si riferivano originariamente alla distanza tra Manliana e ad Mensulas, ma tra Manliana e Umbro flumen: sono i 27 Km che separano Poggio a Magliano da Armaiolo. La via romana si dirigeva poi al Piano del Sentino e alla Pieve di S. Stefano in vico duodecim, così denominata in una carta del 1040, che non ricorda certamente il dodicesimo miglio, perché in questo caso avremmo: in vico ad duodecimum. Più probabilmente il nome originario doveva essere: in vico ad duos Decios, o in vico duo Decii, dovuto alla presenza di un monumento commemorativo in onore dei due Deci, padre e figlio di nome Publio Decio Mure, che si immolarono agli dei inferi per la patria. Il figlio fu ucciso qui, nella battaglia del Sentino del 295 a.C. contro Etruschi, Umbri, Sanniti e Galli, il padre in quella del Veseris nel Lazio, nel 340 a.C., contro i Latini.
Per le Folci e la “Silice” di Rigomagno e del Varniano, menzionata in carte del 1040, la Cassia raggiungeva a Pieve di Sinalunga quell’edificio romano, le cui fondamenta, insieme a vari tubi di piombo per l’acqua, vide il Gamurrini, presso la Stazione, all’inizio del secolo. Toccava poi il terreno o solum di Lucio Umbricio Clemente, alla Pieve di S. Pietro, e la stipe votiva di Ercole. Da qui si dirigeva al Santarello, toponimo che compare già nelle deliberazioni del Comune di Sinalunga del 1557 (vol. xv, c. 92r) in cui al 5 agosto si concede a Tommaso di Paulo Terrosi di “brusciare una stoppia in Contrada del Santarello”, e alla chiesa di S. Giovanni presso cui è menzionato nel 1303 un “castellare di Sancto Iohanni” e un ospizio di S. Giovanni (cfr. A. Maroni, Prime Comunità cristiane..., p. 27). Presso la chiesa di S. Giovanni la Cassia valicava il torrente Galegno su un ponte romano a grandi pietre, ancora esistente nel Medioevo, e menzionato dalla pergamena sinalunghese del 1303 che ricorda presso “Campolongo” un “Ponte alla Pietra” (Archivio di Stato di Siena, Sinalunga, Diplomatico, n. 20). Il disegno della pianura di Sinalunga del 1697 (Archivio di Stato di Siena, Quattro Conservatori, 3054 n. 226,1) riporta ancora una strada che univa S. Giovanni alla Foenna ed era detta “via del Ponte alla Pietra”. Nella mappa di Leonardo della Valdichiana disegnata nel 1502-1503 il ponte sulla Chiane tra Pieve al Toppo ed Arezzo è riportato con la didascalia “Ponte a pietra” per distinguerlo da altri ponti non murati. Lo stesso toponimo appare in Ponte alla Pietra presso Perugia, sulla strada per Chiusi, e in Ponte alla Piera di Anghiari che attraversava il torrente Cerfone sulla strada Arezzo-Rimini.
Tra la Fratta e il podere Guardavalle ii è ben conosciuto il tratto di acciottolato lungo circa 8 metri e largo 3,90 metri orientato verso nord-est. Qui sorgeva il medioevale castello di Guardavalle con la chiesa di S. Andrea e presso cui sono stati scoperti insediamenti databili tra il i sec. a.C. e il ii sec. d.C.. Presso i Pantani è stato rinvenuto un altro insediamento di ampie dimensioni, da identificarsi con tutta probabilità con la mansione Manliana. Nel vicino podere S. Giuliano sorse anche la prima chiesa di Torrita, dedicata ai Santi Giuliano e Costanzo, esistente già nel sec. vii. Più avanti la Cassia proseguiva per Sol o Sodo di Strada, Stradella, Pieve di S. Vincenzo al Confine, presso cui in località Fornace Poggetti sono state rinvenute due fornaci romane di Caio Umbricio Cordo, poi per Strada e Stradella ad est di Abbadia, raggiungeva a 8 miglia da Manliana, la mansione ad Novas, presso la Pieve di S. Vittorino ad Acquaviva.
Il percorso della Cassia descritto, si snoda su un terreno pianeggiante fino a Rapolano, da qui fino a Radda su un sistema di basse colline. È solamente dopo Radda che sale al passo di Badia Montemuro a 706 metri, per scendere poi a Ottavo a 477 metri. Ma Ottavo ci ricorda che furono i magistrati romani a scegliere questo percorso che univa in linea retta Radda a Firenze.

La deviazione via Cassia-Follonica.
Da questa grande arteria Chiusi-Firenze la Peutingeriana fa deviare due strade, una per Sena Iulia ed una per Adretio o Arezzo. Secondo quella carta stradale, dalla mansione ad Mensulas nel territorio di Sinalunga, per andare a Follonica (Manliana), con un’enorme ansa sarebbe salita fino a Siena, per poi ridiscendere a Follonica verso il mare. Se anche oggi gli automobilisti che da Sinalunga si recano nel grossetano, prendono come scorciatoia la strada di Montalcino, tanto più dovevano abbreviare il cammino con una simile strada, i viandanti romani che viaggiavano a piedi o a cavallo. Visto perciò che il tracciato in direzione di Follonica-Manliana è stato interpolato, ricostruiamo il percorso partendo da elementi attendibili, ne risulterà così che la Sena Iulia della Peutingeriana non è da identificarsi con Siena, ma con Sinalunga o Sina Iulia.
È certo che la mansione Manliana presso Torrita di Siena, si trovava sulla Cassia, dato che le 18 miglia (27 Km) segnate dopo di lei indicavano la distanza che la separavano dalla mansione “fiume Ombrone” presso Armaiolo sulla Cassia. Un Cabreo o mappa catastale di Sinalunga del 1797 fa iniziare da Rigaiolo, ad ovest di Sinalunga, un’antica via per il mare, detta ivi espressamente «Strada Pecoreccia o Grossetana», la quale per Fonte del Leccio saliva ai poderi Novolo, Miciano, Casanuova. Da qui, girando attorno a Piazza di Siena, per il ponte delle Gorghe, scendeva verso Montelifré, presso cui dovremmo collocare la mansione ad Sextum, a 6 miglia (9 Km) da Sinalunga; proseguiva poi per Montisi per passare sotto S. Giovanni d’Asso e sotto Monterongriffoli e raggiungere Pieve a Salti, la Selce dell’Estimo del 1320, S. Lorenzo a Percenna e Buonconvento, dove traversava l’Ombrone. Da qui per Piana, Resi, Capriano, Bagni di Petriolo, Roccastrada, le Aquae o Terme di Populonia, si immetteva sull’Aurelia a Manliana di Follonica.
È questo l’antico percorso seguito invariabilmente ogni anno dai pastori del Cortonese e dell’Umbria diretti in Maremma a svernare il gregge fino al nostro secolo, «su le vestigia degli antichi padri» come scrive il D’Annunzio. Da Rigaiolo, la strada romana diretta verso Roma doveva dirigersi necessariamente verso la mansione Manliana di Torrita. Un tratto di selciato antico di questa strada è stato ritrovato recentemente a circa 3 metri di profondità presso la Docciarella di Guardavalle (cfr. A. Maroni, Battisteri paleocristiani del territorio di Sinalunga, in “Quaderni Sinalunghesi”, anno ix n. 1).
La prima mansione su questa deviazione che chiameremo via Cornelia in base ai dati forniti dal Martirologio Geronimiano, risalente al i secolo, era denominata ad Mensulas: è infatti la Peutingeriana che colloca questa mansione non sul tronco principale o via Cassia, ma sul tratto per Follonica. Il Geronimiano al 20 gennaio pone sulla via Cornelia la sepoltura di Mariamne (Marii) in Catacumbas (Ambacus). Lo stesso toponimo in Catacumbas ricorre alla stessa data per Decebalo (Sebastiani) e Tito Ilario (Vincent et Fabiani), nel codice Cambreuse. Al 10 luglio riporta la sepoltura di Rufina Seconda (forse Domitilla Acilia Flavia, moglie di Flavio Clemente). I quattro martiri menzionati risultano dunque sepolti all’Amorosa, lungo la via Cornelia.
Gli antichi itinerari dell’viii secolo pongono la stessa tomba di Pietro lungo la via Cornelia, che usciva da Roma. Tale collocazione potrebbe essere dovuta al ricordo della vera posizione del sepolcro di Pietro lungo la via Cornelia Toscana.
La Pieve di S. Pietro che unisce a sé il titolo ad Mensulas appare solamente dal 1040 in poi.
Anteriormente col nome Messolas esso era unito al Battistero di S. Chiesa Madre come appare sui documenti degli anni 714, 884, 998, e doveva sorgere nella fattoria dell’Amorosa, detta dal Geronimiano Forum Cornelium, lungo la via Cornelia, a 124 miglia da Roma. Il Foro Cornelio appare nel Geronimiano all’1 e al 13 agosto: in queste date il Martirologio pone in quel luogo la sepoltura del Martire Cassiano (Cosinae - Porsiani - Vespasiano). Il toponimo ricorre anche al 2, 3, 4 febbraio ed al 6 agosto, quando il Geronimiano colloca “in Foro” la sepoltura del martire Flavio (Simproni Aproniani, Aprae), di Lercio Pilato (Laurenti Hippoliti), di Marzio Tulio Gemino (Magni Aquilinae Gemini). Data la distanza di appena due miglia tra Manliana, e ad Mensulas, la Peutingeriana non doveva riportare nessuna indicazione di miglia. Il toponimo “Amorosa” simile alla Gamurisa del Chianti deve il suo nome al locale tempio della dea Carmenta, detta Carmilla e Cameria Melite, nel Geronimiano. A Chiusi esistevano nel periodo etrusco una famiglia che riporta il nome del dio Velthina ed un’altra che ha il nome della dea Camurisa: si tratta di arnt sentinate kumeresa (Dossiers de l’Archeologie, n. 24, sett.-ott. 1977, p. 99).
Le mensulae o mentulae auree o colonnette qui collocate per rappresentare i due dei Veltumno e Apollo sono ricordate dal monte aureo del Libro Pontificale del vi secolo e dal martirio di Pietro dello Pseudo-Lino del iv-v secolo che scrive: «In Monte Aureo, in Vaticano», dalla «meta di Romolo» di via della Conciliazione a Roma, e dalla «meta di Remo», o Piramide Cessia, presso la Porta Ostiense dalle due colonne romane situate nella chiesa di S. Maria della Traspontina a Roma, alle quali sarebbero stati legati Pietro e Paolo, dai vincula o mincula-mintula (catene di Pietro) della chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma, dal nome proprio di un pozzo – il Bindolo o Mintolo – situato sotto il colle dell’Amorosa.
È qui che doveva sorgere quel Therapis Apollonii Phoebi et Valentini Proculi, ricordato dal Geronimiano, cioè quel «tempio di Apollo Febo e di Veltumno Ercole», menzionato per tre volte dal Libro Pontificale del vi secolo, come luogo della sepoltura di Pietro, tempio da identificarsi probabilmente con quel Fanum Voltumnae o “tempio di Voltumna” localizzato spesso da Tito Livio presso la Velsina vecchia, poi Sina Iulia e Sinalunga.
Le due divinità Veltumno e Apollo del tempio dell’Amorosa, rappresentati con simboli fallici, così come il dio Giove Falater o “Padre” venerato a Palladoro o Palatorium, a Poggio Baldino, erano tutti considerati come dei della fertilità, datori di vita. Con tutta probabilità un’area sacra etrusco-romana, dedicata a un dio protettore della fertilità, doveva sorgere anche nell’attuale villa delle Vignacce di Pasquale Marchi, a Bettolle (toponimo derivante come Beltona-Bettona, nella forma Beltonule-Bettolle, dal nome del dio Beltone-Veltune? cfr. Verona-Veronula- Verolla). I numerosi blocchi di pietra a forma di sfera, di varie dimensioni, rinvenuti ivi dal proprietario su un pendio, durante lo scasso di una vigna, dovevano costituire non delle memorie funerarie, come si ritiene, ma degli ex voto in relazione alla sessualità e alla fertilità umana. Nel museo di Vulci (Viterbo) un’intera stanza raccoglie simili reperti fittili, ex voto in onore probabilmente del dio Vulci (forse Velcune o Veltune).
Dall’Amorosa la via Cornelia per l’Albergo raggiungeva Rigaiolo, detto dal Geronimiano «Le due Case» o ad duas domus e declinava a sinistra verso Fonte del Leccio sulla via del mare, mentre un tratto più lungo, per il Serraglio, doveva entrare al Poggio Basso nella colonia romana di Sina Iulia e seguendo poi il crinale della collina, giunta a Poggio Alto, doveva piegare verso Fonte a Ciaverciano, le Muriccia Alte e Rigaiolo, antica strada questa riportata dal Cabreo di Sinalunga del 1797. Sicuramente una strada romana congiungeva Sina Iulia (Sinalunga) anche con Saena (Siena) come è attestato dai toponimi: Roccastrada (= ad stratam) presso Collalto, Decimo (= ad decimum lapidem, cioè a 10 miglia da Siena), presso Vescona, menzionato in una carta del 1092 (cfr. A. Maroni, Prime Comunità... p. 63), Taverne d’Arbia (= ad Tabernas), nome che ricorda la mansione “ad tres Tabernas” sull’Appia (At 28,15) e altre con lo stesso nome poste sulle vie romane.

La deviazione via Cassia-Arezzo.
Visto che la Peutingeriana colloca prima la deviazione a sinistra per Sina Iulia e più avanti la deviazione a destra per Arezzo, siamo indotti a collocare questo raccordo dopo Manliana e precisamente tra il Santarello e Pieve di Sinalunga, là dove il Cabreo del 1797 colloca una «via della Selce», nella località «Casa di via della Selce», oggi casa Zeppi, la quale partendo dalla Cassia si dirigeva verso il Molino di Monte Martino, qui valicava il torrente Foenna su un ponte romano in muratura, l’unico ancora esistente nel 1697, quando lo riportò un «Disegno della Pianura di Sinalunga, Torrita e Bettolle con proposto allungamento del Formone de Prati di Sinalunga» (Archivio di Stato di Siena, Quattro Conservatori 3054 n. 226,1), e oggi sostituito da una passerella in ferro.
Localizzando qui a «Casa di via della Selce» la deviazione per Arezzo si rispettano le 24 miglia segnate nella Peutingeriana. Mentre partendo da Torrita con i circa 40 Km per Arezzo, considerando le anse o del Pozzo o della Pieve di S. Martino al cimitero di Foiano, avremmo almeno 26 miglia. Sarà certamente esistita anche una strada romana Foiano-Bettolle-Torrita, ma la Peutingeriana sembra interessata a riportare non tanto le vie Arezzo-Firenze e Arezzo-Roma, ma la congiunzione Arezzo-Bituriha a nord, Arezzo-Sina Iulia a sud. Questa strada Sinalunga-Arezzo è menzionata dall’autore anonimo di un manoscritto del ’700 nella Biblioteca della Fraternita di Arezzo (cfr. A. Maroni, Prime Comunità Cristiane... p. 50).
Dal Molino di Monte Martino, la strada menzionata nell’Estimo del 1320 saliva alla villa di Collelungo e da qui procedendo verso la Madonna dei Guazzini o Guazzino per la via di Collelungo e la strada di Poggigialli, secondo il Cabreo del 1797, lasciava la via Sinalunga-Bettolle e seguiva la via di Poggi Gialli in direzione della Castellina. Dopo poco si dirigeva verso il Corridore, scendeva per la Selva all’Esse Secco e si univa alla via della Selce di Foiano.
Il tratto di selciato che attraversava il territorio di Bettolle è riportato nell’Estimo del 1320.
L’orientamento della via della Selce di Foiano è chiaramente in direzione della Selce di Sinalunga, quasi parallela alla strada attuale che va verso la Castellina e Sinalunga, mentre per dirigersi verso Bettolle si immette ad angolo retto sulla via delle Farniole. Da Foiano per il Pozzo o per il Cimitero di Foiano e Renzino raggiungeva Cesa, Pieve al Toppo ed Arezzo. Da Arezzo si dirigeva a Radda in Chianti e Bituriha passando per Pescaiola, Chiani, Battifolle, Pieve a Presciano, Pieve di S. Quirico a Capannole, dove su un ponte valicava l’Ambra a 15 miglia da Arezzo, e da qui per Cennina, Solata, Castagnoli, Molin Lungo, Poggio S. Polo, si univa alla Cassia, poco prima di Bituriha. I forti dislivelli che la strada Capannole-Poggio S. Polo avrebbe dovuto attraversare, potrebbero far propendere per la scelta del tracciato Ambra Flumen-ad Graecos o Valcortese, seguendo il percorso che nel Medioevo unirà Ambra a Siena. In questo caso dovremmo correggere il tratto della Peutingeriana e farla immettere nella Cassia non dopo, ma prima di ad Ioglandem.

Ubicazione di Sinalunga.
Lo stesso Cabreo del 1797, presso Casa di via della Selce, sulla via Cassia, al Santarello, segna un secondo tratto tra questa via e il Reddo, sempre con il nome «via della Selce». Essa è registrata nell’Estimo del 1320, nell’inventario dei beni della Pieve del 1587 dell’Archivio Diocesano di Pienza e riporta tutt’oggi lo stesso nome.
È un fatto molto strano che questa via romana proveniente da Arezzo, giunta a Collelungo si dirigesse al Reddo e non verso la Sinalunga attuale. La strada già segnata sul Cabreo del 1797, saliva poi, allora come oggi, verso il Reddo. Già il toponimo Reddo richiama il toscano Rèdola (S. Pieri, Toponomastica..., p. 313) che significa viottolo, e dovrebbe stare per “strada”, simile all’inglese Road e al francese Route o via. Ciò ci induce a ritenere che al Reddo la strada romana entrasse nella Sina etrusco-romana e che poi incrociandosi con la via che viene dal Poggio Basso, al Poggio Alto scendesse verso Rigaiolo. Avremmo così come un decumanus tra il Reddo e le Muriccia Alte che si incrociava con il cardo che da Poggio basso raggiungeva Pesciaiole e S. Niccolò delle Ripe.
Altri toponimi che ci inducono a collocare in questa zona la Sina romana sono: le Muriccia Alte, che fanno pensare alla presenza di avanzi di antiche mura (cfr. Cetamura, Civitamura nel Chianti) e le Ripe. Il sigillo medioevale del Comune di Sinalunga con la caratteristica asina al centro, riporta l’iscrizione Sigillum Comunis Asinelonge et Ripis. La forma Ripis al posto di Ripae ci asserisce che il castello era detto nel Medioevo “Ripe” e non “Ripa” – e in questa forma lo riporta il Dizionario del Repetti – e che dovrebbe derivare da rupes, rupis cioè da rupe o roccia e non da ripa. Questa rupes, castello fortificato dai Cacciaconti nel Medioevo, situato in un punto strategico, difeso da tre lati da strapiombi, poteva costituire l’arx o cittadella della città di Sina, a somiglianza della rupes Tarpeia di Roma, su cui sorgeva l’arx Tarpeia o rocca di Roma.
È in questa zona che sono avvenuti notevoli ritrovamenti etruschi segnalati, come un piccolo sarcofago con monete a Montecucco, un altro sarcofago dipinto etrusco nella villa Panozzi del Poggio, i manufatti etruschi dell’Aducello.
Con questa nuova ubicazione di Sina romana parrebbe ora più logica la teoria già esposta dal Pecci nel suo manoscritto sullo Stato senese antico e moderno scritto a Siena tra il 1740 e il 1758 in cui spiega che «dipoi gli venne aggiunto [a Sina] l’adiettivo di lunga, e questo derivò dalla unione del Borgo della Ripa e così di due terre o due Borgora formatene una sola, pigliò la figura di lunga» (Quaderni Sinalunghesi, Anno ix, n. 2, p. 3).
La forma allungata della città che si estendeva sui colli tra il Poggio Basso e le Ripe di S. Niccolò, vista dalla pianura dovette dare origine, nel Medioevo, all’aggettivo “longa”. Dirimpetto a Sinalunga vi è Collelungo, in basso Campolungo, presso Bergamo vi è Pradalunga e presso Città di Castello Pietralunga, già detta in antico Pratalunga. Riguardo al toponimo Asina è da rilevarsi che nelle carte medioevali e fino alla metà del ’500, Sinalunga è detta: “Asinalonga”. Il vocabolo appare però sul linguaggio ufficiale dei dotti, sugli scritti storici o di valore giuridico, nelle carte geografiche che si rifanno alla voce dotta. Alla metà del ’500, quando si comincia a registrare il vocabolo come appare nella viva voce del popolo, nei “Registri dei Battesimi della Pieve di S. Pietro” (1550-1595), la dizione principale è “Sinalonga” che coesiste con le varianti “Senalonga”, “Sienalonga” e “Sanalonga” come scrive sempre il pievano Lalli (1574-1592), pur perdurando ancora in alcuni casi il dotto “Asinalonga”. D’altra parte se il nome originario fosse “Asinalonga”, rimarrebbe inspiegabile il passaggio dell’accento dalla prima sillaba di àsina, alla seconda di asìna (da preparossìtono a parossìtono). La prima volta che appare Sinalunga nel Registro dei Battesimi, il suo nome viene così riportato: «Biagio Ignatio figlio di Mecho di Nicolò del Terroso nacque e battezzossi a dì 3 di ferraio e fu commare Agniesa di Girolamo di Ser Francesco Pagni da Sinalonga». Più chiaramente nella seconda data 12 ferraio 1551, si ricorda come compare in un Battesimo «Ser Agnolo di Nicolò del Zeppa Cappellano adesso della Pieve di Sinalonga». L’appellativo Iulia, unito dalla Peutingeriana a Sena e che necessariamente si riferiva a Sinalunga e non a Siena, per il tracciato obbligatorio Sinalunga-Follonica come abbiamo visto, colloca Sina tra le colonie e non tra i municipi romani. Perciò la Seniensis Colonia, menzionata da Plinio (3.5.52) ci obbliga a identificarla con Sina Iulia o Sinalunga e non con Siena che riporta il nome Saena in Tolomeo (3,1), per due volte un’iscrizione adrianea (cil, vi 2379a) e in un’iscrizione del 394 (cip, vi, 1793) e dovrebbe essere un municipio e non una colonia. Siena o Saena sembra già stata omessa da Plinio, così come Bituriha, nel Chianti, presentata dalla Peutingeriana con il disegno delle due torri, riservato alle città. Plinio ricorda però anche il popolo degli Aquenses Taurini (3.5.52) abitanti presso le Aquae Taurinae che le Passioni dei martiri e il Geronimiano collocano presso Sinalunga. Il Geronimiano con i vocaboli Sinna, Sinnada Frigia, Sirmia, Iuli, Italia, Concordia, Colornuos Augusta, Flaminia e altri simili, riporta il nome completo della nostra Colonia Sina Iulia Italia Concordia Regia Flavia Augusta.
Il territorio dei 19 battisteri compreso tra Bettolle e Montalcino e tra Montepulciano e S. Felice in Chianti, già diocesi cristiana governata da quel vescovo Floriano di Sinna che partecipò al Concilio romano del 313, disputato per secoli fra i vescovi di Arezzo e di Siena, doveva costituire il territorio della colonia romana, Sina Iulia fino alla guerra gotica disputata fra Belisario e Narsete da una parte e i Goti dall’altra fra il 530 e il 568.
Una leggenda parla di un tribuno Zenobio, governatore del distretto di tutta la zona, che avrebbe offerto al vescovo di Arezzo S. Donato 7 chiese da lui fatte costruire; la leggenda potrebbe adombrare che in realtà sia stato un governatore bizantino del distretto di Sina Iulia a chiedere al vescovo di Arezzo di amministrare spiritualmente tutto quel territorio a lui soggetto, privato forse dalla guerra gotica di ogni struttura ecclesiastica e civile.
Che Sina Iulia avesse un territorio proprio indipendente da Arezzo, appare confermato dalle recenti indagini che hanno rimesso in discussione la presunta ampiezza del territorio municipale aretino verso il lato senese. Alberto Fatucchi ha assegnato questo territorio, sulla base delle centuriazioni romane, ai municipi di Siena, Cortona, e soprattutto Chiusi (A. Fatucchi, Municipia e diocesi altomedievali della Tuscia orientale, estratto da “Arezzo e il suo territorio nell’alto Medioevo”, Atti del convegno, Arezzo 1983). Lopez Pegna ipotizza l’appartenenza alla lucumonia e al municipio romano di Chiusi (L. Pegna, L’origine di Arezzo, Firenze 1964, pp. 37, 61), seguito ultimamente da Fabio Gabbrielli (Romanico Aretino, Firenze 1990, p. 19).
Dopo la prima distruzione della città – Velsina – avvenuta nel 264 a.C. per opera del Console Flacco che ne deportò gli abitanti e le sue statue di bronzo, questa fu la seconda volta in cui, per opera dei Goti, venne abbattuta completamente questa “città piccola e appena fuori strada” come la chiama Svetonio (Vespasiano, 4) parlando di Vespasiano che vi si ritirò in volontario esilio, caduto in disgrazia di Nerone. Ma essa può ripetere ogni volta: «succisa viresco» cioè “tagliata rinverdisco di nuovo”. Custode della Santa Chiesa Madre o della Santa Gerusalemme che «presiedette l’agape», cioè la Chiesa universale, «in quel luogo della regione dei Romani», come le scrisse S. Ignazio d’Antiochia nel 110, da Roma, ci fa intuire che il titolo “Oriente” datole più volte dal Martirologio Geronimiano, sia memoria di fatti passati e presagio di importanti eventi futuri, quando, «là dov’è il cadavere si raduneranno le aquile» (Lc. 17,37), perché «dall’oriente sarà chiamato l’uccello da preda, da una terra lontana l’uomo dei miei progetti» (Is 46,11), quando per i nuovi Magi «una stella sorgerà dall’oriente» (Mt.).




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