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Roberto Longi
"L’Ultima Cena del convento di San Bernardino a Sinalunga"
Il grande dipinto del convento raffigurante l’Ultima Cena, soggetto caro all’iconografia cristiana sin dall’epoca antica, è posto sulla parete di fondo dell’ampio refettorio.
Come riporta Timothy Verdon, nel saggio “Il significato religioso delle pitture nei refettori” in La tradizione fiorentina dei cenacoli: «Nelle Constitutiones dell’ordine domenicano, riformulate dal Capitolo Generale del 1505, il paragrafo “De mensa et ejus servitio” descrive esattamente il rituale d’ingresso al refettorio, indicando anche la funzione di eventuali immagini collocate in questo spazio comunitario. “Suonata la campana”, leggiamo, “i fratelli debbono recarsi silenziosamente ma con decorosa rapidità al luogo in cui dovranno lavarsi le mani. Lavate le mani, devono andare poi, nell’ordine consueto, a sedersi sulla panca disposta fuori del refettorio, e in quella posizione recitare il De profundis. Quando infine il priore suonerà per l’ingresso nel refettorio, devono entrare a due a due, incominciando dai più giovani. E quando sono in mezzo al refettorio, devono fare un inchino alla croce o all’immagine dipinta ivi collocata, e, fatto il segno della croce, devono andare a sedere a tavola».
Il refettorio conventuale si chiama d’altronde anche Cenacolo, in riferimento alla “Coena Domini”, per cui l’atto del mangiare diventa, nello spirito della regola conventuale, uno “stare insieme” rievocando la mensa eucaristica. Ecco quindi che risulta chiaro come nella scelta dell’immagine da rappresentare sulla parete del refettorio il ruolo preminente spetti nel corso dei secoli all’Ultima Cena.
Nel racconto evangelico il Cristo, circondato dai discepoli, sta consumando con loro l’ultimo pasto prima di essere arrestato; nelle parole pronunciate al momento della frazione del pane è racchiusa l’origine eucaristica, quel “rendimento di grazie”, che la chiesa cristiana celebra nella liturgia. Egli avvertirà inoltre i discepoli del tradimento di uno di loro.

(Domenico Bigordi detto (del) Ghirlandaio, “Ultima Cena”, particolare, Firenze, convento di San Marco.)
Nelle varie epoche, l’iconografia cristiana ha visto rappresentati i due aspetti dell’Ultima Cena, l’istituzione dell’Eucarestia e l’annuncio del tradimento, in maniera alternata; ma nell’era moderna è senza dubbio l’annuncio del tradimento a prendere il sopravvento. Trova infatti sviluppo nel Rinascimento, periodo che lascia in eredità un notevole numero di opere ispirate a questo soggetto. Si evolve con Leonardo da Vinci che, nella sua famosissima e da poco restaurata versione di Santa Maria delle Grazie a Milano, ne sublima le pulsioni umane con l’incredibile senso di turbamento palesato dagli apostoli alle parole pronunciate dal Cristo.
Una delle più antiche rappresentazioni dell’Ultima Cena nel territorio senese è nel refettorio dell'Abbazia di Monteoliveto Maggiore; sotto gli affreschi seicenteschi è emerso un frammento della fine del Quattrocento riferito a Pietro di Francesco Orioli.
La tela di Sinalunga segue i precetti iconografici rinascimentali; i discepoli sono infatti seduti intorno ad un tavolo rettangolare mentre il Cristo è posto in posizione centrale, posizione elevata a canone proprio nel Rinascimento. Il momento della benedizione del pane e del vino è fuso con l’annuncio del tradimento, infatti il Cristo alza la mano sinistra in atto benedicente, mentre con la destra tiene il pane sulla scodella nella quale è stato intinto, nell’atto di offrirlo a Giuda, secondo quanto riferito dal vangelo di Giovanni. San Pietro posto alla sua destra si ritrae con fare sgomento, gesto rimarcato dalla mano posta sul petto; Giovanni, alla sua sinistra, si piega intimorito verso il Cristo, fedele trascrizione figurativa delle sacre scritture: “Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è?” (Giovanni 13, 25). Gli altri discepoli si volgono al Cristo intimoriti o si guardano tra loro con fare interrogativo. Giuda è distinto dagli altri già nell’impianto iconografico: è seduto sul lato opposto del tavolo, in contrapposizione al Cristo. Chi è a Lui fedele, chi lo ama, si schiera con Lui dietro alla mensa ma chi lo rinnega si separa dalla comunità. Il Verdon ci suggerisce ancora: «[…] gli apostoli della Cena dipinta così prefigurano i confratelli o consorelle fedeli al Signore nella vita comune […]. Nell’organizzazione tipica dei refettori, nessuno infatti doveva sedere nella posizione occupata da Giuda nel dipinto, al di qua della mensa: tutti erano dietro ad essa, con la schiena al muro, come Cristo e gli apostoli in questi dipinti». Giuda è intento a stringere la borsa con i trenta denari, il compenso per la consegna di Gesù, alla quale è attaccato un dispettoso diavoletto, probabilmente con l’intento di trascinare Giuda al suo destino.
Sulla tavola è rappresentata una grande natura morta, genere che ebbe la sua apoteosi proprio nel Seicento. Tra i numerosi oggetti presenti sopra il piano, tra i quali la brocca che riporta la data 1629, spiccano due vassoi di ciliegie che, probabilmente, simboleggiano il Paradiso Terrestre e lo stato dell’uomo anteriore alla caduta. Degni di interesse sono anche i due animali rappresentati ai piedi della tavola: un gatto inferocito si rivolge verso un altro animale di cui manca completamente la testa ma riconducibile quasi sicuramente ad una scimmia. A partire dal xv secolo il gatto si ritrova spesso rappresentato nel motivo dell’Ultima Cena, come del resto in Annunciazioni e Natività, e generalmente esso simboleggia le forze del Male. Ma parimenti anche la scimmia rappresenta solitamente situazioni legate al demonio (nell’arte gotica una scimmia con una mela in bocca simboleggiava il peccato originale).
(Cosimo Rosselli, “Ultima Cena con scene della Passione”, Vaticano, cappella Sistina.)
Generalmente il gatto, se non è solo, è rappresentato mentre si fronteggia con un cane, divenuto dal medioevo in poi simbolo della fedeltà (emblematico in questo caso il digrignante faccia a faccia dei due acerrimi avversari nell’Ultima Cena affrescata da Cosimo Rosselli in uno dei riquadri della Cappella Sistina). Quindi il loro scontro va generalmente letto come una allusione figurata del combattimento tra il bene e il male. Risulta peraltro piuttosto curioso lo scontro tra due animali che racchiudono in genere stessi significati simbolici. Forse, ma è solo un’ipotesi, potrebbero esprimere ulteriori richiami allegorici, ad esempio due dei quattro temperamenti dell’uomo: “collerico” per il gatto e “sanguigno” per la scimmia, tenuto conto che la presenza del maligno è già palesemente rappresentata dal diavoletto; per quanto riguarda gli altri due temperamenti, il “malinconico” ed il “flemmatico”, potrebbero essere identificati nel Giuda impiccato, in alto a sinistra, e nel San Pietro piangente, in alto a destra.

(Andrea di Bartolo, detto Andrea del Castagno, “Ultima Cena”, Firenze, convento di Sant’Apollonia.)
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